La Sindrome da Alienazione Genitoriale (PAS). Dalla legge alla Clinica.

Paolo Pozzetti. Psicologo
Paolo Pozzetti. Psicologo

CHE COS’E’ la PAS
(Sindrome da Alienazione Genitoriale):

La sindrome da alienazione genitoriale (o PAS, dall’acronimo di Parental Alienation Syndrome) è una ipotetica e controversa dinamica psicologica disfunzionale che, secondo le teorie dello psichiatra statunitense Richard Gardner, si attiverebbe sui figli minori coinvolti in contesti di separazione e divorzio conflittuale dei genitori, non adeguatamente mediate.
Gardner definisce la PAS come un disturbo che insorge normalmente nel contesto delle controversie per la custodia dei figli, definito in tre gradi, in ordine crescente di influenza, ciascuno da trattare con uno specifico approccio sia psicologico sia legale. Ancora, secondo Gardner, la PAS sarebbe frutto di una supposta «programmazione» dei figli da parte di un genitore patologico (genitore cosiddetto «alienante»), sorta di lavaggio del cervello che porterebbe i figli a perdere il contatto con la realtà degli affetti, e a esibire astio e disprezzo ingiustificato e continuo verso l’altro genitore (genitore cosiddetto «alienato»)
Le tecniche di «programmazione» del genitore «alienante» comprenderebbero l’uso di espressioni denigratorie riferite all’altro genitore, false accuse di trascuratezza nei confronti del figlio, violenza o abuso (nei casi peggiori, anche abuso sessuale), la costruzione di una «realtà virtuale familiare» di terrore e vessazione che genererebbe, nei figli, profondi sentimenti di paura, diffidenza e odio verso il genitore «alienato». I figli, quindi, si alleerebbero con il genitore «sofferente»; si mostrerebbero come contagiati da tale sofferenza e inizierebbero ad appoggiare la visione del genitore «alienante», esprimendo ― in modo apparentemente autonomo ― astio, disprezzo e denigrazione verso il genitore «alienato».


ARTICOLO di Paolo Pozzetti, Psicologo.

“Le madri sono genitori “alienanti” molto più frequentemente di quanto lo siano i padri “(Gardner, 1988).
Aggiungerei,  ma solo perché spesso sono loro di prima ordinanza i genitori affidatari.
Capisco che questa frase possa sembrare settaria e maschilista ma se si va per analisi statistica diviene una logica realtà nonché una ovvia deduzione.
Credo che vada spiegata in termini semplici e comprensibili per tutti cosa sia la PAS, e perché sia così tanto controversa come patologia.
Credo che per prima cosa vada evidenziato che stiamo trattando di aggressioni all’IO del minore e delle modalità di reazione di un bambino posto all’interno di situazioni conflittuali.
Partendo quindi da delle ovvietà etiche ricorderei che:
Quando il minore subisce delle aggressioni (fisiche o psichiche) la famiglia rappresenta la difesa principale per la sua incolumità; però quando le aggressioni arrivano proprio dalla famiglia il minore si trova posto di prepotenza in grande difficoltà.
La giurisprudenza qui interseca la psichiatria e la psicologia.
Le aggressioni possono andare dall’estremo dei maltrattamenti all’altro estremo dell’abbandono. Una forma di violenza fatta al minore è ANCHE SOLO il coinvolgerlo DIRETTAMENTE in separazioni conflittuali questo è quello che favorisce l’insorgenza della possibile alienazione (PAS).
Di fronte a questo tipo di aggressioni l’Io infantile (il suo sistema di difesa ) può attivare istanze d’ansia associate a vissuti di esclusione, rifiuto, repulsione, e instabilità.
Dato lo scarso equipaggiamento difensivo dell’IO di un bambino il minore utilizzerà diverse reazioni:
– contrattacco (atteggiamento offensivo)
– fuga (regressione)
– nascondimento (evitamento, isolamento)
Questi sono i primi sintomi su cui i campi di cui sopra, giurisprudenza, psichiatria e psicologia, dovrebbero creare l’allerta.
Purtroppo viviamo all’interno di un miope sistema in cui il concetto di patologia viene generalmente correlato ad un disagio della singola persona.
Nella PAS (sindrome di alienazione parentale) questa condizione di disagio non viene,secondo alcune scuole di pensiero,percepita coscientemente dal bambino, ma dal campo e/o dal soggetto terzo che viene alienato; questo chiaramente apre il dibattito su chi sia quindi il soggetto affetto.
La giurisprudenza ovviamente trova qui il primo problema spinoso.
In realtà dovrebbe a questo tendere una mano la psicologia delucidando che qualsiasi disturbo della personalità non agisce sul soggetto affetto ma sulle persone a lui vicine ed affezionate.
L’alienazione avviene perché uno dei due coniugi distrugge la fiducia e la figura dell’altro e si costringe il minore a scegliere e schierarsi dalla parte di un genitore, rifiutando contemporaneamente l’altro, una scelta che porta alla perdita affettiva di genitore e che viene vissuta dal bambino come un lutto da lui stesso causato.
Il minore si trova così a fare affermazioni in cui parla in termini esclusivamente positivi di un genitore e totalmente negativi dell’altro, il bambino non attacca solo il genitore reale, ma anche la corrispondente immagine interna, proprio perché è costretto a credere e a darsi una “fantasia” a cui credere.
Il processo di distanziamento affettivo proprio per questa scissione crea ovviamente delle dinamiche ambigue e di difesa.
Per evitare di soffrire, il bambino congela le emozioni verso il genitore vittima e Interrompe o rinuncia al legame con uno dei genitori , rifiutandolo, creandosi una NECESSARIA ALLEANZA .
La clinica si pone giustamente il quesito del e sul danno e del come poi persevererà tale comportamento, con le eventuali conseguenze. La giurisprudenza si interroga non solo sulle responsabilità ma dove il confine tra il civile e il penale inizia ad essere labile poiché la clinica propone un danno che non è e sarà episodico ma apre l’inquietante domanda sul poi,ovvero quante possibilità avremo che diventi una modalità di azione ed una efficace (per lui) difesa che utilizzerà  in modo generalizzato ogni volta nella vita dovrà vivere delle emozioni?.
Quanto sarà compromesso il suo sviluppo personale, sociale e produttivo?
Questa realtà/paura nel minore creerà delle distorsioni che un CTU dovrebbe cogliere come primo campanello di allarme per sottolineare non tanto la presenza di insorgenza di PAS ma di se-fusionale genitoriale.
Le distorsioni dei ricordi attraverso la fusione simbiotica si spalma sui discorsi e i sentimenti, espliciti ed inespressi del genitore simbiotizzato e vengono confusamente assorbiti dal minore.
Questo aspetto aumenta fortemente  la suggestionabilità ; e
rende ovvio che sia il bambino, che il clinico  assuma informazioni sbagliate  sugli eventi.
Qui purtroppo vediamo come le falle del sistema MAGISTRATO-CTU-AVVOCATI sia dovuto alle prese di posizione tra logica-etica-norma.
Il bambino distorce, modifica irreversibilmente il ricordo ,il vissuto e il giudizio degli eventi stessi;  colma i vuoti con le narrazioni del genitore con cui è simbiotizzato, distorce i ricordi in due sensi, ovvero, sia nel ricordare informazioni sbagliate anziché informazioni corrette sia nel cancellare le informazioni corrette.
È qui che la psicologia, la psichiatria e la giurisprudenza dovrebbero fare specchio e mostrare una verità e una “Gestalt”.
Nella con-fusione simbiotica si inseriscono informazioni non vere nella memoria del bambino il quale può “ricordare” successivamente le informazioni acquisite, anziché’ le informazioni  autentiche originarie (questa è una condizione grave quando c’è una accusa non veritiera di matrattamenti o abusi sessuali).
Cosa grave ma attuale e molto frequente.
Viene da se che chiaramente più è piccolo il bambino più è facile agire su queste dinamiche per una semplice condizione di rinforzo ed è facile per il bambino posizionare la sua affettività su quello che per istinto di sopravvivenza sente essere il genitore più propenso a soddisfare le sue richieste.
Va da se che il bambino in una prima fase (quindi indicandola con una età prescolare) tende ad una maggiore relazione con la madre che con maggior faciltà in questo frangente temporale può agire creando quei meccanismi di alienazione delle figura maschile, ed ecco spiegata la frase iniziale.
Possiamo dire che in realtà la PAS sia una azione coatta verso il bambino per poter colpire di rimando le dinamiche con il genitore opposto .
Di questa violenza il bambino sul momento ne è ignaro e ne alimenta l’idea che sia una condizione positiva per lo sviluppo di una forte dipendenza dalla figura carnefice; ma presto mostra e sviluppa una serie di patologie quali il falso Se, il disturbo dell’adattamento e dell’abbandono, nonché un precoce sviluppo di disturbo d’ansia generalizzata che si esplica nello scarso rendimento per una fluttuante capacità di concentrazione.
Le lobbies che oggi negano la PAS sono fondamentalmente dovute ai loro interessi nel creare lunghi e costosi percorsi di recupero che non hanno la finalità di andare a risolvere l’humus da cui è sorta la pianta malata, ma di andare a porre sostegni ad una crescita malata dalle radici.
La permanenza con il genitore alienante significa alimentare la patologia del bambino, la patologia che insorge per frustrazione del genitore alienato e rafforzare il delirio del genitore punitivo e carnefice.
La PAS è la chiara espressione della perdita di morale e di coscienza emotiva dei nostri tempo e per i nostri figli.
La PAS è una violenza psichica con delle ripercussioni psicopatologiche e delle conseguenze cliniche di una gravità immane. La PAS tende il bambino a divenire un bugiardo patologico con una invasione nell’area a confine tra i disturbi di personalità e quella psicotica. La gravità è che anche se dovesse poi ritornare presente la figura del padre, questa non verrebbe più vissuta con la naturalezza e la neutralità con cui il vissuto dovrebbe formare l’esperienza, ma purtroppo , con un continuo stato di ansia e iper controllo che la psiche spinge a conflittualizzare con i sentimenti emergenti e che conduce il bimbo a produrre o fuga delle idee e/o stati di rimurginazione o manipolativita ambientale e degli elementi di comodo che facilmente lo possono condurre ad uno spettro di personalità borderline. L’ignoranza delle madri, o del genitore alienante, spesso con la attuazione delle privazioni relazionali, se in un primo momento creano uno stato complice e fusionale poi gli si ritorce contro poiché il bambino superata la fase di dipendenza dalla madre e del suo giudizio, per reazione la vede e soprattutto la sente come una presenza “in dovere” di uccidere per riacquistare l’individualità proprio perché l’Edipo non vi è stato … Quindi in definitiva la PAS è una sindrome ad esito infausto dalle conseguenze sociali ben più gravi del solo concetto etico in se.
Non è mistero che mi associ a quella stragrande maggioranza di professionisti e colleghi che riconosce oggi l’Alienazione Genitoriale come realtà diffusa e riscontrabile, dibattendo unicamente se chiamarla PAS o PAD (quest’ultima ipotesi sembra riscuotere oggi più consensi), poiché questa alienazione definita come “disordine” viene appunto  “digerita” più facilmente  come Parental Alienation Disorder rispetto che alla SINDROME dovuta all’Alienazione Genitoriale.
Levando questa differenza che comunque già mostra come faccia paura la responsabilità sull’eziopatogenesi del disturbo e le sue conseguenze, la sua diffusione è oggi talmente presente che sarebbe dovuta essere inclusa nel DSM-V. Dalla sua esclusione dal DSM ne è nato un caso giuridico e soprattutto una possibilità di manipolazione e chiaramente arricchimento e lucro tra caste.
Dato che la diatriba si è mossa su una questione NON di esistenza clinica bensì di riconoscimento attraverso nomenclatura nosografica, Il prof. Bernet di Baltimora ha raccolto le fonti che negano L’alienazione Genitoriale e quelle che la riconoscono; ad esempio in Spagna i “parecchi professionisti” che la considerano spazzatura sono “ben” nove tra cui un certo Jorge Corsi condannato a tre anni per  abusi Spagna, gli altri sono “solo” 594.
In Italia chi considera la PAS spazzatura è spesso una casta con chi non ha saputo definire lo sviluppo di tale sindrome sociale e trincerando le argomentazioni di dissenso considerando unicamente la matrice “accademica” da cui è stata sollevata la realtà clinica, ovvero Gadner.
Molti di questi professori però dimenticano che spesso non è la “vecchiaia” accademica a dare autorevolezza scientifica ma la capacità sul campo e il riscontro clinico del presupposto teorico.
Chi si appella alla infondatezza della realtà scientifica della PAS in realtà si appella al curriculum dello scopritore, ed ancor di più sulla difficoltà a definire il responsabile unico in una condizione intra-sistemica.
In altri termini si appellano al fatto che un genitore non può manipolare un sistema relazionale ma al massimo può creare un disordine nell’attaccamento.
Come spiegherò in seguito anche questo è un abuso con ripercussioni psichiche civili e penali ma invece di correlare il tutto al 90% si semplifica chiudendo il caso etichettando il carnefice come borderline (patologia di personalità) dimenticando le implicazioni e i rivoli inquinati che continuano comunque a confluire nel mare dell’inconscio.
In Audizione in commissione Giustizia del Senato L’ORDINE NAZIONALE DEGLI PSICOLOGI ha riconosciuto l’Alienazione Genitoriale così come pure la SINPIA Società Italiana di Neuropsichiatria per l’Infanzia e l’Adolescenza nelle”linee guida contro gli abusi” ha riconosciuto la PAS (chiamandola proprio cosi in attesa che ci si accordi sul nome) come un grave abuso psicologico sul minore.
Questo a mostrare come da sotto vi sia probabilmente più un interesse di ordine lobbistico piuttosto che scientifico/culturale poiché sembra lampante come non convenga ad alcune fazioni poter definire il fenomeno dell’Alienazione Genitoriale, come disturbo psichico di natura e confluenza psichiatrica e/o non solo una sindrome, o disturbo o come si preferisce chiamarla, ma come un disordine della relazione adulto / bambino  facente parte della meno gravosa e conosciuta area della psicologia col meno “patologico” nome di “complesso psichico di Medea”.
La Sindrome di Medea viene menzionata generalmente nei talk show solamente in relazione al dramma dell’uccisione dei figli.
Jacobs (1988) invece metaforizza l’uccisione, definendo come “Complesso di Medea” il comportamento materno finalizzato alla distruzione del rapporto tra padre e figli dopo le separazioni
conflittuali:  così l’uccisione diventa simbolica e ciò che si mira a sopprimere non è più il figlio stesso ma il legame che ha con il padre.
In questo modo, i lobbisti anti-PAS spostando dallo psichiatrico (quindi dal rilevabile anche giuridicamente) al più filosofico e discutibile ambito della psicologia, riescono a defilarsi dalla classificazione del DSM o ICD e porlo su tematiche che giurisprudenzialmente tutelano i CTP /CTU e spesso gli avvocati del genitore alienante.
Capita che i clinici nelle vesti dei CTU a volte vengono calamitati da una perversa attrazione di sapere quali siano gli elementi della contesa, dimenticando i campi su cui indagare ed entrando nel gossip della telenovela della relazione facendo si di posizionare il loro ascolto in modo da prendere “parte” emozionalmente con un notevole vizio nel leggere «le carte» e il carteggio processuale che rende alienato ulteriormente il genitore “vittima” .
Spesso questo errore avviene per aderire al rispetto del lavoro di rete con gli altri professionisti che si occupano del caso(esempio i servizi affidatari), ed immancabilmente  vengono messi a conoscenza non solo di informazioni estranee e fuorvianti ma vengono a porsi in ruoli che rendono collusiva la CTU,ovvero vengono triangolati in collusioni e ruoli.
A differenza di altri professionisti, il clinico-terapeuta  non ha il compito di accertare la “verità”, farla emergere ;dovrebbe quindi lavorare  nell’incertezza, nella complessità della natura umana, compresa la propria e tornare ad unire logica e qualità psichica per riuscire a fare la cornice per il quadro conflittuale.
Rendersi conto di queste fondamentali differenze tra l’intervento clinico e quello sociale-giudiziario, permette di evitare fraintendimenti, confusioni e sovrapposizioni, aiutando ciascun professionista a rimanere nel proprio ambito di competenze, che devono essere confrontate ma non omologate, per realizzare un intervento davvero multifocale e integrato. Ecco perché le DISCIPLINE DEVONO PARLARSI.
Quando c’è conflittualità tra i genitori,e ancor prima di osservare e riconoscere la complessità delle emozioni in campo con il loro ascolto, quello che deve essere sgombro è il campo emotivo del clinico che in quel momento è investito di un ruolo decisionale.
Nei clinici investiti di un ruolo legale bisogna evitare che  si inseriscano nella mente i perché dello staff terapeutico e i pregiudizi di altri professionisti di parte  o peggio di conoscenze passate.
Bisogna ricordare l’importanza delle CTU e delle CTP, e le disposizioni dei magistrati (che sono basate necessariamente sulla scissione: «o-o», competente/incompetente, alienante/alienato ,sano/folle ecc) soprattutto nei casi di capacità genitoriale.
Il clinico che lavora per una CTU sta operando non per una validazione accademica della PAS o meno ma per una constatazione di abuso e non solo.
Il tenere conto e agire con una tale coscienza sulla responsabilità esistenziale è la prima qualità della  mente del clinico che può muoversi quando è ormai certa di non essere occupata da “giudizi e pre-giudizi” che  gli minano la interiore “neutralità e astinenza” e l’essere “senza memoria o desiderio”.
Un CTU che non agisse così  sarebbe altresì facile che sarebbe inidoneo al ruolo e si attivino in lui emozioni di tipo  identificatorio.
La giurisprudenza deve limitare e controllare talvolta anche la posizione del CTU non tanto sulla sua posizione nei riguardi della teoria della alienazione ma sulla collusione verso l’identificazione col bambino( paura di dove dovrebbe essere collocato il bambino) o l’identificazione col giustiziere ecc, («va tolto da questa famiglia» o pensa  « quel genitore dovrebbe farsi curare!») o pensa ad un intervento autoritario di altri (Servizi sociali,TM), poiché perde la giusta distanza emotiva da ciò che emerge dal lavoro clinico-terapeutico in cui DEVE valutare la responsabilità NON esercitare la PAURA.
Troppo di frequente il CTU dirige il proprio assetto mentale su giudizi o pregiudizi sui singoli componenti dimenticando che questi NON SONO in terapia, ma lui sta INDAGANDO sui per ordine di un MAGISTRATO sui comportamenti dei genitori verso e per la salvaguardia del bambino, nel contesto di competenze clinico-terapeutiche MA ad un fine forense non TERAPICO.
Mentre negli abusi è spesso il clinico o il professionista dei bambini (medico, psicologo, insegnante ecc) che attiva l’intervento della magistratura,nel caso di casi di alienazione o abusi o dove si riscontri patologia intrafamiliare esogena i singoli soggetti,quasi sempre è la magistratura su informazioni giunte tramite denunce/querele a nominare la consulenza e soprattutto  i consulenti tecnici di ufficio al fine di individuare con la diagnosi di PAS (o diagnosi similari) il problema ed inviare ai servizi e prescrivere l’intervento terapeutico.
Purtroppo l’iter però è di difficile realizzazione sia perché i servizi publici non hanno sufficenti risorse professionali per realizzare un progetto così “umano” e complesso sia perchè l’avvio del percorso terapeutico contrasta spesso con il percorso DEI LEGALI DI PARTE ed è quindi predisposto a fallire. L’obbiettivo prioritario del trattamento è la prevenzione dei fallimenti terapeutici, perché seppur si entra nella logica della terapia, poi questa presenta molte difficoltà per attuarla.
I genitori non andrebbero  giudicati/valutati  ma riletti e riportati come cause di sintomi di un disagio emotivo che espone il bambino a causa di tutti i componenti.
Nel  ripercorrere la storia transgenerazionale della coppia e ricostruendo il profilo evolutivo dei minori,  un CTU valido dovrebbe essere in grado,nella maggior parte dei casi,di risalire e notare come l’accenno della tendenza alla fusionalità (che in realtà è la base da cui scaturisce tutto ) e alla estromissione del coniuge sia stata presente fin dalla gravidanza e dai primi anni di vita.
Spesso si dovrebbe indagare sulla ideazione “fantastica” (fanciullo d’oro) dei figli e di come questi non siano percepiti come individui differenziati  ma  emanazione del corpo materno ,o con un paterno debole che non è riuscito a sciogliere la fisiologica simbiosi madre- figlio.
I campi da investigare sono quelli in cui i ruoli sono assenti  nella mente dei genitori fin dalla gravidanza e continuano a restarne assenti, anche quando i genitori si separano e  non vengono riconosciuti nella loro realtà e nei loro bisogni evolutivi .

L’osservazione della loro storia, fa tracciare un profilo evolutivo già danneggiato fin dalle prime fasi dello sviluppo, con:
– un incompleto processo di separazione-individuazione con una labilità nella costruzione della certezza dei legami e, quindi, una particolare sensibilità a tutto ciò che nella vita minaccia la certezza dei legami affettivi.
Non dimentichiamo che la finalità del lavoro dialettico tra GIURISPRUDENZA E PSICOLOGIA è offrire nel tempo ENTRAMBE i genitori capaci e consci di diritti e doveri, e non la colpa di uno dei due  al bambino, qualunque sia stata poi realmente l’azione.
Una rilettura del concetto di “integrazione” tra le informazioni potrebbe  essere non tanto sapere tutto di tutti o sperare che altri facciano ciò che non si riesce a fare, come educatori, ma avere una chiarezza su chi fa che o cosa,rispettandone obiettivi, ruoli e competenze  e tollerarne le carenze e fragilità, definendo chi ha maggiore possibilità pedagogica ed educativa nei riguardi del minore.
L’abuso emotivo nei confronti dei figli inizia quando, durante una separazione conflittuale, gli ex coniugi coinvolgono i propri figli in una “gara di lealtà” (Byrne, 1989) forzandoli a scegliere il “genitore preferito”, a parteggiare, a formare una nuova famiglia chiusa con uno solo dei genitori.
Queste dinamiche hanno ovviamente delle ripercussioni in base alle età dei minori.
In soggetti di età compresa tra i 9 e i 12 anni questo fenomeno è stato definito “a
llineamento del minore con un genitore” (Wallerstein e Kelly, 1980): “subdolamente i genitori trattano come confidenti i figli costringendoli ad una innaturale scelta, con la finalità di escludere l’ex coniuge dalla loro vita.”
Come già scritto, Non credo che sulla esistenza della PAS ci sia molto da discutere a riguardo.
I modelli di attaccamento già riccamente trattati da Bowlby e da tutta la corrente di Andolfi e Minuchin mostrano chiaramente che il bambino soprattutto nella età delle prime acquisizioni cognitive relazionale, quindi campo d’esistenza e sistema di variabili dipendenti (Malinowski), sviluppa esigenze di rapporto che tendono alla ALLEANZA, da cui le famose triangolazioni ben trattate da Andolfi sopracitato.
La relazione con uno dei due genitori,al di fuori degli aspetti Psicodinamici che possono avere un margine (seppur minimo) di opinabilità dialettica, e che tratterò in seguito, non compensata dalla interiorizzazione della presenza di una figura di risorsa alternativa alla quotidiana ricezione degli input comportamentali, conduce ad una alienazione dal discernimento non solo delle funzioni e delle identità (tra cui quella sessuale) ma da una equipollenza di valorialità che nello sviluppo delle fasi di crescita produce un sistema oppositivo.
Questo porta dalla provocazione verso la prima figura protettiva alla vera e propria sociopatia con tutti gli annessi e progressi che non raramente (se leggiamo qualche biografia criminale) portano ai disturbi di personalità con soventi derive psicotiche.
Purtroppo l’esposizione ripetuta ad abusi in età evolutiva in questo senso, può determinare la comparsa di alcuni meccanismi di difesa propri della patologia borderline, per esempio l’onnipotenza, la svalutazione e la dissociazione (Burgess, 1987), oppure altri effetti a lungo e breve termine riscontrati sui figli, come aggressività, egocentrismo, futuro carattere manipolatorio, comportamenti autodistruttivi, falso sè, disturbi alimentari, depressione e scarso rendimento scolastico (Gullotta, 1998).
Anche questo li definiremo meglio in seguito.
Come ogni sindrome comportamentale infantile, anche la PAS, non ha evidenti segni nella fascia di età precedente alla preadolescenza (9-12), se non quella del rifiuto verso il genitore, ma già da subito dopo si riscontrano i primi disagi e una mancanza di identificazione proiettiva con la figura altra a quella che è stata fin quel momento il carnefice e il guardiano del prigioniero.
Riprendendo l’immagine metaforica del prigioniero il bambino. nel constatare che ogni giorno c’è il suo carceriere trova un senso di sollievo che anche se da una parte lo aliena dalla condizione “sana”, lo lega a doppio filo offrendogli una falsa sicurezza.
Quando (sempre metaforicamente) il carcerato poi esce dalla sua cella avviene il fenomeno della “prigionalizzazione” ovvero dello sbigottimento e del senso di abbandono nel vivere fuori dalla galera che spesso lo porta a delinquere, molto verosimilmente la non integrazione con la figura genitoriale altra, che rappresenta l’altra parte del sociale ,non venendo integrata ,o spaventerà e quindi scaturirà quelle forme di attacco- fuga o verrà idealizzata in maniera fantastica non avendo connotati di realtà.
La PAS è il più grande dramma che oggi si affaccia alla sfera psichiatrica-forense dopo la sindrome di munchausen .
Molti recenti studi la vedono anche come evoluzione sociale della più nota ed accettata anche clinicamente e giuridicamente sindrome di MUNCHAUSEN.
Il ruolo del padre nella sindrome di munchausen
è clinicamente misterioso e incerto ma giuridicamente presente .
Il più delle volte il padre è assente dalla vita familiare o resta lontano da casa per la maggioranza del tempo. Questo, naturalmente aiuta la madre nel fabbricare i sintomi senza che nessuno se ne accorga. La bizzarria è che quando la donna viene scoperta e messa di fronte agli abusi perpetrati non di rado il marito la sostiene e può persino rendersi complice dei suoi inganni, facilitando tacitamente il suo comportamento.
La sostanziale differenza è in questo ma se escludiamo la complicità del padre vi sono dei
legami con la sindrome di Münchausen.
Molte madri affette da PAS propongono nella etiopatogenesi molte analogie  con la sindrome di Münchausen perché mentre nella sindrome di munchausen il padre si auto-aliena per lasciare la condizione fusionale alla diade madre-bambino, nella PAS il padre viene alienato perché di intralcio, ma lo scopo è il ricreare la condizione fusionale.
Randal Alexander et al. hanno studiato cinque famiglie affette da ‘MSP seriale’, famiglie, cioè, in cui più di un figlio aveva subito maltrattamenti. Da questo studio è emerso che l’80% delle madri aveva inventato, almeno una volta, la propria sintomatologia. In ogni caso tutti gli esperti sembrano essere d’accordo sull’esistenza di un rapporto tra la MSP e la sindrome di Münchausen negli adulti, e di sponda come questa procura possa essere in parte una necessità fusionale agente anche per l’alienazione di uno dei coniugi.
La sindrome di Münchausen per procura può essere a tutti gli effetti considerata un abuso sui minori, e la giurisprudenza lo sa ed ha legiferato in questo.
Le persone affette da sindrome di Münchausen per procura si trovano, sia dal punto di vista legale che dal punto di vista medico, in una condizione particolare e bizzarra.
La sindrome per venire riconosciuta necessita che sia provata da un comportamento di tipo criminale, e il comportamento criminale è interpretabile solo sulla base della sindrome.
Una specie di cane che si morde la coda ma l’azione criminale è in questo frangente sul soggetto una rappresentazione fenomenica, quindi non con azione ambientale, ma soggettiva.
Come è ovvio non è mai stato osservato un paziente affetto da sindrome di Münchausen per procura che non abbia maltrattato un figlio.
Parlo, in questo frangente,da tecnico e spero che possa offrire la giusta riflessione anche tramite i riferimenti sopracitati.
Nel mio articolo del 2013 oltre a citare i perché e per come della PAS  aprivo a quello che era un campo che oggi sta trovando riscontro clinico e giuridico, ovvero la correlazione tra la sindrome di munchausen e l’alienazione e i danni che questa violenza per procura crea nel minore che, al momento acconsente a tutto ciò il genitore alleato crea e gli suggerisce anche per via inconscia per timori abbandonici ulteriori, ma che in contemporanea, e in maniera più grave e subdola per lo sviluppo, crea il Falso Se.
La Miller pose bene in risalto come il Falso se, questa forma malata di “felice accondiscendenza” sia base per molti disturbi di personalità .
I disturbi di personalità rientrano nel tanto fondamentale sia per l’esistenza della PAS che di una responsabilità civile e penale, presenza sul DSM.
ORA IO NON APRO POLEMICA MA  RESTO DELL’IDEA CHE OGNI MANIPOLAZIONE È UN CRIMINE MORALE, E CIVILE ED È UNO STATO DI FATTO .
UNA CASTA CHE NEGA COMUNQUE TALE ABUSO È SOLO MIOPE DINANZI AL FUTURO DEI FIGLI.
Se ci poniamo dal punto di vista dei bambini  e delle loro relazioni verso i propri genitori, si apre un mondo di patologia,del loro sviluppo e delle conseguenze che la condizione della cosiddetta PAS comporta.
Credo che se osserviamo cosa accade nel bambino, soprattutto nel suo assetto emotivo, troveremo una serie di realtà ed espressioni dai chiari riscontri clinici.
Il bambino  si difende dalla sofferenza attraverso meccanismi di:
– regressione alla fase simbiotica;
– scissione , proiezione, idealizzazione (=identificazione  proiettiva).
ll genitore interno è scisso in buono /cattivo;
– distanziamento affettivo (con congelamento delle emozioni), così egli, apparentemente, sembra sereno
Inoltre spesso si consta una “distorsione dei processi di memoria”.
Questo funzionamento difensivo dalla sofferenza lo porta a sviluppare sfiducia negli attaccame
nti e nella sua vita rischia di rifiutare anche l’altro genitore, e lo ripeterà nei legami della sua vita.
È bene quindi come operatori sia del campo giuridico che clinico della mente constatare le sofferenze e gli accadimenti che si palesano in questa cosiddetta sindrome e si potrà dimostrare che quello che è enunciato da Gardner:” manovre attuate con successo dal genitore affidatario…”
Va da se che se non fosse cosi o perlomeno non fosse solo così sarebbe peggio in quanto i minori avrebbero una parte attiva e non solo passiva nella manipolazione; in tal caso subiscono e propongono di re-azione i loro sintomi.
La reazione è conferma comunque del processo di abuso e di alienazione che diviene reali nelle espressioni le quali risponderebbero ad i comportamenti di rifiuto verso un genitore.
Quando il bambino è spinto a rinunciare all’incontro con il genitore non affidatario, ciò non è dovuto al timore o al rifiuto delle sue caratteristiche personali e del loro rapporto-anche se è ciò che afferma- ma alla percezione di non potersi appoggiare a lui e alla paura di perdere l’appoggio dell’altro genitore, percepito non come il migliore genitore, ma come il genitore più forte.
Non dimentichiamo quanto sopra detto; ovvero la madre è conscia che  ha  bisogno di instaurare con questo  un rapporto biunivoco di tipo fusionale, esclusivo ed idealizzato, scevro da conflitti e tensioni, incentrato sul comune bisogno di cancellare un passato doloroso e sofferto per entrambi.
La relazione simbiotica è NOTORIAMENTE considerata una tappa fondamentale nello sviluppo del bambino, presente fin dalla nascita, e che tende a risolversi nel corso dello sviluppo stesso.
Questo iniziale rapporto esclusivo con la madre è necessario per la sopravvivenza sia fisica sia psicologica nelle prime fasi di vita. L’unità è il principio della nascita ma è grazie al suo scioglimento che il bambino comincia a scoprirsi ed a rappresentarsi. Questo gli permette di individuarsi e prendere coscienza come lui sia altro rispetto alla madre.
Questa scissione promuove lo sviluppo delle capacità di “spontaneità, consapevolezza ed intimità” che rappresentano la salute mentale.
In uno sviluppo sano la relazione simbiotica va sciolta con il passaggio dal rapporto duale al triadico attraverso il faticoso passaggio verso l’individuazione. Con la presenza della figura del padre  viene scoraggiata la invadenza del rapporto duale esclusivo simbiotico.
La presenza del padre è la crescita in cui «il terzo» espresso rappresenterà le relazioni «altre», col mondo.
I diversi esiti di questo percorso evolutivo,
la risoluzione del rapporto fusionale simbiotico può essere un evento talmente drammatico dal far si che la madre impedisca questo espletamento nataurale :la differenziazione sé-altro non si realizza.
Nella ambivalenza di talune alienazioni la fase della differenziazione viene raggiunta solo parzialmente, o addirittura per nulla, ponendo una conclamata condizione dolosa che da subito rientra oltre che nelle classificazioni psichiatriche anche negli ambiti di responsabilità civili e penali.
il bambino, nei momenti minacciosi della sua vita, può regredire alla fase simbiotica per  garantirsi almeno la (illusoria) certezza di un legame.
Espressione clinica spesso facilmente riscontrabile nelle CTU è : La regressione.
Il bambino torna regressivamente alla antica esperienza di simbiosi,poiché si posizionerà nell’illusione della garanzia del legame al fine di non uscire da quello specifico “imbozzolamento fusionale”.
La madre o il genitore alienante vive col figlio una psicosi a due, un delirio e con la persistenza della condizione simbiotica “àfolie-a.deux”, in realtà si crea una vera e propria psicosi con chiusura al mondo.
La chiusura è un metodo di difesa per i vissuti di perdita e lutto e  angosce abbandoniche nonché per le patologie depressive della madre, in cui il bambino viene fagocitato.
Con la distorsione del rapporto con la realtà, il genitore alienante attua dei meccanismi difensivi di scissione e negazione che si collocano nell’ area psicotica (paranoica,delirio lucido,altro) creando o ponendo delle basi solide per un futuro abbastanza prossimo:
Dis-controllo degli impulsi dall’adolescenza (incontinenza aggressiva)
fobia sociale
comportamenti antisociali
insuccesso  scolastico/lavorativo
insuccesso affettivo(ripetizione nella vita della esclusione dell’altro).
Quindi ad osservazione del minore, il bambino propone allora lui stesso la sintomatologia per cui possiamo superare la diatriba sul riconoscimento o meno della PAS ,(che possiamo chiamare come si vuole) e se continuiamo a spostare il focus su quello che principalmente va tutelato, quindi  sul bambino, possiamo tradurre la diagnosi di PAS in diagnosi psicopatologiche (psicosi simbiotica,delirio lucido,depressione,ecc) che avvengono centrate sul bambino.
Tutto questo raccolto in ampia casistica pongono gli interrogativi che hanno le credenziali anche della e per la società scientifica e andrebbe di logica posta,inserendola comunque, nella diagnosi di abuso all’infanzia.
Gli effetti danneggianti non cessano con i procedimenti legali o di protezione ma continuano nel mondo interiore dove la psiche danneggiata diventa un’energia auto-distruttiva e nella vita concreta si  ritrova in situazioni, sia positive che problematiche  in  cui  viene  di nuovo danneggiata
e che sono a distanza di tempo una Ingiustificata e/o esagerata denigrazione / disapprovare di un  genitore,
una accusa: di  indegnità, insensibilità, maltrattamento ,(pseudo)-abuso sessuale…ecc..ecc.. da cui  ne consegue un ostinato rifiuto di frequentazione di un genitore.
Il rifiuto, ed è la prima e più evidente manifestazione del disordine del SISTEMA affettivo relazionale, è che non ha un diretto nesso di causalità ma che di contro trova conferma con le manovre o i  condizionamenti del genitore alienante.
Il rifiuto rappresenta un sintomo di una situazione clinica complessa che il bambino mette in atto per proteggersi dalla sofferenza.
Non dimentichiamo che il bambino teme di poter essere causa già del primo abbandono e teme in un secondo che lo renderebbe esistenzialmente colpevole della sua solitudine.
Con questa lettura facciamo uscire il bambino da una visione unilaterale:o di vittima innocente delle manovre degli adulti o come caparbio onnipotente  braccio armato, vendicatore del genitore, considerato, programmante.
In qualunque modo questo bimbo è una arma nelle mani della imbecillità della rabbia.
Il bambino non aliena per cattiveria o stupidità ma per sopravvivenza che in occasione della separazione dei genitori e soprattutto quando spettatore di separazione ad alta conflittualità, il bambino, è sempre troppo esposto a angosce catastrofiche, e per sopravvivere distorce il proprio sviluppo per evitarle. Con la  separazione dei genitori, ha il timore di perdere le garanzie affettive e di cura e  di perdere  punti di riferimento chiari e rassicuranti. Questi sentimenti penosi lo costringono a cercare di individuare da chi ,minimamente, può avere la garanzia e la certezza di almeno un riferimento affettivo  stabile, a qualsiasi prezzo, ed utilizza modalità “adesive” come tattiche per la sopravvivenza.
Il bambino fa di tutto per  proteggersi dalla sofferenza ,ma poi il rifiuto-perdita di un genitore è percepito  come un abbandono, e, implicitamente, il genitore è colpevole di non esser sufficientemente forte da non farsi escludere.
L’ambiente attorno al bambino conferma queste sue sensazioni e gli costruisce un sistema o campo vitale che non appena lui ne fuoriesce viene aggredito dagli stadi abbandonici e d’ansia.
L’introiezione di un vissuto di abbandono attiva poi l’ansia e il timore di essere abbandonato anche dall’altro genitore che vede il bambino come felice e consenziente invece è ACCOMODANTE PER SOPRAVVIVENZA.
S’innesca in tal modo una catena
che porta a una difficoltà o incapacità a stabilire rapporti affettivamente importanti per il timore di essere sempre abbandonati.
Come su scritto un genitore alienante, quindi che favorisce questi atteggiamenti, non si rende conto del proprio potenziale danneggiante, né comprende le ripercussioni non solo sul bambino, futuro adulto, ma ancor di più sulla relazione che andranno ad avere perché una volta cresciuto, la fiducia nel genitore ne sarà danneggiata e con essa anche l’immagine interna.
Quando un bambino è costretto a negare e a rinunciare a uno dei due genitori, non rinuncia solo alla persona fisicamente percepibile, ma anche all’attivazione dell’immagine interna corrispondente a quella persona. La distruzione dell’immagine di un genitore si correla poi al danneggiamento dell’immagine dell’altro genitore.
L’esperienza clinica mostra come l’esclusione del genitore, la svalutazione del genitore allontanato, la continua messa in dubbio della fedeltà del bambino sono situazioni che, protratte nel tempo, portano allo sviluppo di varie psicopatologie o disturbi del comportamento.
Una precisazione relativamente all’influenza delle figure genitoriali dell’infanzia, riguarda il fatto che ciò che incide è il vissuto soggettivo e che molto spesso, di fronte a comportamenti inspiegabili, si tende a idealizzare piuttosto che vedere la realtà per quella che è: in questo modo si difende sia il genitore che la propria idea di amore. In aggiunta, il bambino tende ad autoriferire e quindi a dare a sé la colpa dei comportamenti inadeguati del genitore tanto da sviluppare senso di sfiducia personale ed interpersonale e disistima.
Come già detto il rischio  per il minore è quello di sviluppare un falso sé (Winnicott-Miller)
i bambini che sviluppano un falso sé hanno una importanza centrale per i genitori o altre figure di accudimento non per quel che sono veramente ma per la funzione che svolgono. Il messaggio ambiguo di essere molto apprezzato, ma solo per il ruolo particolare che si svolge, fa si che il bambino creda che se vengono scoperti i suoi sentimenti reali, specialmente quelli ostili o egoistici, verrà rifiutato o
ALIENATO.
il genitore interno è scisso in buono /cattivo; attraverso un meccanismo di identificazione proiettiva si attiva una idealizzazzione: quello scelto è idealizzato come  buono, mentre, attraverso la proiezione, quello cattivo viene proiettato, riconosciuto e tale trattato in quello che poi rifiuta. Cosi il bambino appare sereno. In modo esplicito,il genitore rifiutato è vissuto persecutorio, ma in modo implicito, anche il genitore scelto è vissuto persecutorio ma,  per proteggersi dalla sua pericolosità,  lo idealizza e  sviluppa una [psicosi]simbiotica
Esaminando questi bambini è sorprendente riscontrare che, paradossalmente, nel loro mondo interno, a livello intrapsichico, hanno un gran desiderio del genitore rifiutato.  Il desiderio è così ”divorante”, e minaccioso che -in un funzionamento d’identificazione proiettiva- lo riconosce proiettivamente nel genitore rifiutato, che , cosi, diventa il minaccioso.
Clinicamente ,il minore, ha un disturbo manifesto della relazione col genitore rifiutato vissuto persecutoriamente Ma ha anche;
un disturbo della relazione con l’altro  con cui ha una relazione simbiotica per proteggersi dalla sua pericolosità ed avere la garanzia degli attaccamenti
apparentemente sereno  ha un funzionamento mentale gravemente danneggiato i cui gli esiti si evidenzieranno immancabilmente entro l’ adolescenza
Anche la psicologia analitica ha constatato il dramma psichico .
L’idea di padre e di madre sono immagini presenti nell’inconscio attraverso numerose generazioni indipendentemente da madre e padre reali, sono, come sostiene Jung, archetipi.
Per la psicologia analitica il bambino alla nascita non è una tabula rasa ma contiene in sé l’archetipo del padre e l’archetipo della madre, però il possedere l’archetipo non è sufficiente a determinare lo sviluppo del bambino perché occorre l’attivazione attraverso il riconoscimento, la risonanza emotiva dai genitori reali, cioè necessita della relazione con i genitori reali. Questi non sono solo i procreatori biologici a cui diamo una valenza etologica , ma riferimenti più che teorici che ci vengono confermati dall’esperienza clinica della psicologia del profondo .
Secondo Jung il patrimonio archetipico e l’attivazione degli archetipi genitoriali deve essere attivato e mantenuto sin dalla nascita con l’incontro della qualità affettiva, quindi con l’incontro di due genitori reali.
Per Jung  il bambino, quindi, ha bisogno di due genitori reali per attivare i modelli interni del padre e della madre ,una costellazione che gli serve nella sua vita per la costruzione della sua famiglia reale.
Non è da sottovalutare che il bambino nell’incontro di madre e padre reale entra in contatto col “femminile” e con il “maschile” ,attraverso cui entra in fruizione con il mondo.
Jung era molto diretto: il mondo affettivo è la relazione di coppia, il mondo sociale è la relazione amicale.
Altro aspetto imprescindibile è rappresentato dalla tendenza mistificatrice dell’inconscio, che pur traendo la sua forza dalle nostre emozioni e vissuti più autentici e profondi, li esprime in maniera criptica e insondabile, soprattutto quando ciò avviene mediante comportamenti, anche ripetitivi e disfunzionali, di cui non sappiamo rendere conto neppure a noi stessi. Scrive Jung in “L’importanza del padre nel destino dell’individuo” (Freud e la Psicoanalisi 1914): “L’influenza dei genitori, che risale al primo periodo infantile, viene repressa e affondata nell’inconscio ma non eliminata; per mezzo di fili invisibili guida il funzionamento evidentemente individuale della mente che matura. Come ogni cosa caduta nell’inconscio, la situazione infantile manda su oscure sensazioni premonitrici..”.
Per la psicoanalisi una volta che incontra i genitori si viene a creare nel bambino una complessa e fumosa condensa affettiva che necessita con i vissuti di rischiarirsi.
Al bambino quindi gli viene costellata questa immagine interna, e quando gli viene a mancare l’incontro con un genitore, o è costretto a rinunciare ad uno  dei genitori, non perde solo la persona fisicamente percepibile, ma rinuncia anche all’attivazione dell’immagine interna corrispondente a quella persona. Rimane una foschia emotiva.
Le immagini genitoriali interne fanno parte della costruzione strutturale psichica di ogni individuo ed assumono importanti funzioni di guida nella conservazione dell’equilibrio psico-sociale. Nel corso della propria vita i bambini non hanno bisogno dei genitori solo per essere accuditi nelle loro necessità concrete, ma hanno la necessità di stabilire un solido rapporto con entrambi i genitori in grado di attivare una competenza genitoriale ,potenziale, che si espliciterà quando diventeranno essi stessi genitori.
L’alterazione e l’interruzione di questo processo possono determinare delle mancanze nell’assunzione futura della propria funzione sociale e genitoriale.
Queste considerazioni teoriche ci aiutano a comprendere quanto sia essenziale per lo sviluppo del bambino poter mantenere il rapporto con entrambi i genitori indipendentemente da ogni regola e legge d’ostruzione poiché attraverso ciò si fa una prevenzione di successive deviazioni, disagi, incompetenze, nel passaggio all’età adulta.
Le immagini genitoriali interne fanno parte della costruzione strutturale psichica di ogni individuo ed assumono importanti funzioni di guida nella conservazione dell’equilibrio psico-sociale. Nel corso della propria vita i bambini non hanno bisogno dei genitori solo per essere accuditi nelle loro necessità concrete, ma hanno la necessità di stabilire un solido rapporto con entrambi i genitori in grado di attivare i modelli interni del padre e della madre che, presenti come predisposizione interna, sono innescati dal
rapporto reale. L’attivazione di questi modelli genitoriali interni, definiti da Jung “archetipi” è inoltre strettamente connessa ai modelli di maschile e femminile, plasmando il modo in cui il bambino vivrà le future relazioni affettive
Tanto i futuri rapporti sociali, quanto la futura realizzazione del proprio ruolo di madre o di padre sono strettamente connessi al rapporto con i genitori reali e con i modelli interni che essi hanno attivato, sono,pertanto, determinanti per la costruzione del mondo interno del figlio.  L’alterazione e l’interruzione di questo processo può determinare delle carenze nell’assunzione della propria funzione sociale e genitoriale. Questi considerazioni teoriche ci aiutano a comprendere quanto sia essenziale per lo sviluppo del bambino poter mantenere il rapporto con entrambi i genitori.
Il figlio coinvolto in una relazione di coppia ad elevati livelli di tensione vive in coppie che non riescono a risolvere i conflitti coniugali, e spostano queste tensioni nell’area genitoriale; si confondono così le due sfere (coniugale e genitoriale).
I genitori in questo caso sono incapaci e non riescono a svolgere la loro funzione genitoriale.
Quindi la Sindrome da genitoriale è diventata parentale, allargandosi a tutta la famiglia
Richard Gardner spiegava così (1985): “disturbo che insorge principalmente nel contesto delle cause per la custodia dei figli. La sua manifestazione principale è la campagna di denigrazione rivolta contro un genitore. Essa è il risultato della combinazione di una programmazione effettuata dal genitore alienante e del contributo dato dal bambino in proprio, alla denigrazione del genitore alienato. In presenza di reali abusi o trascuratezza dei genitori l’ostilità del bambino può essere giustificata e, di conseguenza, la Sindrome di Alienazione Parentale, come spiegazione dell’ostilità del bambino, non è applicabile”.
E’ identificato come sano il comportamento di quei figli che temporaneamente si alleano col genitore che sentono più simile a sé, cioè quello che pensano sia vittima della separazione. Come è sano soprattutto quando sono oltre i 12/13 anni che vogliano prendersene cura e aiutarlo a superare la crisi, e a meno che non siano risposte estreme o prolungate, sono da considerarsi risposte normative positive.
I figli più sani e meglio adattati tuttavia finiscono col dimostrare uno spiccato desiderio di essere giusti ed equilibrati con entrambi i genitori, si dissociano dalla lite coniugale e a volte da entrambi i genitori, se sono adolescenti o giovani adulti accelerano il processo di distacco dai genitori e trascorreranno molto più tempo fuori casa.
Sono invece i figli più fragili che devono trovare protezione e garanzia dal diritto e dalla psicologia, poiché incominciano progressivamente ad alienare il genitore con cui non si sono alleati e che possono rientrare nella normalità solo se la separazione verrà gestita bene dai genitori.
Questi bambini subiscono una violenza emotiva che crea loro un danno enorme.
Le conseguenze di questa violenza sono infatti (Gardner 1992):
– esame di realtà alterato
– narcisismo
– indebolimento della capacità di provare simpatia ed empatia – mancanza di rispetto per l’autorità.
Il diritto prevede la Legge 54/2006
“Questa legge nasce dalla sensibilizzazione delle associazioni dei padri separati. Statisticamente sono più le donne a chiedere la separazione. Il senso della legge è aver cambiato i dati dell’affido condiviso. Se prima della legge l’affido congiunto veniva assegnato solo nel 2% circa dei casi di separazione nei Tribunali delle grandi città, dopo la legge si è passati addirittura al 98% circa di affido congiunto.
E’ l’articolo 155 del c.c. che ha indirizzato la riforma di legge:
Anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.
Il punto più delicato della legge è la modifica all’articolo
«Art. 155-bis (Affidamento a un solo genitore e opposizione all’affidamento condiviso). – Il giudice può disporre l’affidamento dei figli ad uno solo dei genitori qualora ritenga con provvedimento motivato che l’affidamento all’altro sia contrario all’interesse del minore.”
Per avere l’affido esclusivo SI DEVE AFFERMARE CHE UN GENITORE NON E’ ADATTO e questo è quel famoso compito di coscienza del clinico-forense.
Non dobbiamo dimenticare quelle che sono
LE REAZIONI GENERALI ALLA SEPARAZIONE che spesso sono accentuate dal conflitto tra i coniugi.
Sono state raccolte delle tabelle in cui è possibile riconoscere le sintomatologie dovute alla mancata metabolizzazione della separazione a causa della conflittualità:
Esperienze del bambino in età prescolare (periodo pre-edipico ed edipico 0-6 anni): bambini molto piccoli (2 – 3 1⁄2 anni):
massicce regressioni del comportamento
incapacità di manifestare la gioia
bambini più grandi (3 1⁄2 anni – 6 anni):
aumento del comportamento aggressivo accresciuta paura di farsi male
Esperienze del bambino nel periodo di latenza (7-10 anni): questo è risultato essere il PERIODO PIU’ CRITICO PER L’INSORGENZA DELLA SINDROME.
I sintomi presenti e manifesti sono:
tristezza e dolore
fantasie di riconciliazione
collera
sintomi somatici
senso di perdita
conflitti di lealtà
L’Esperienze dei soggetti in età adolescenziale corrispondono ad un periodo critico per l’agito sociale:
comportamenti antisociali
alternanza di depressioni interiori a fasi di aggressività esterna fughe da casa
Quindi: uno degli elementi più frequenti in tutti i sottogruppi è l’aggressività.
Nei maschi→ si sviluppa in 3 momenti: a) ostilità vs i genitori nei bambini con meno di 7 anni b) ostilità vs fratelli e coetanei nei bambini tra i 7 e gli 11 anni c) aggressività al di fuori della famiglia e contro la legge nei minori con più di 12 anni
Nelle femmine → si ha un accenno iniziale di aggressività vs i genitori ma poi scompare o si inibisce e si manifestano manierismi da pseudoadulte, dai 7 agli 11 anni. In età adolescenziale compaiono al contrario incontrollati comportamenti sessuali, tossicodipendenza e attività antisociali.

Queste considerazioni ci impegnano a chiederci su quale ambito dover lavorare :
Sul diritto e i bisogni dei genitori o sul bisogno e il diritto alla salute emotiva del minore?
Queste due aree del diritto spesso sono in conflitto e
per non fermarsi a essere solo di supporto alle strutture giudiziarie, a svolgere  solo interventi,   valutativi e di protezione, e tentare gli incontri protetti per riavvicinare il bambino al genitore rifiutato ma anche per occuparsi del diritto alla salute emotiva dei minori propongo di pensare ad un modello di integrazione degli interventi con una “presa in cura “ che pone il bambino al centro di un cambiamento di relazione col genitore alienante.
Se, dopo una valutazione dell’assetto emotivo del bambino, riusciranno ad essere centrati, esclusivamente, sul disagio del figlio e riusciranno a rinunciare a cercare la loro soddisfazione pulsionale e il loro funzionamento perverso, cioè se reggono il carattere frustrante della terapia, diversamente da ciò che avviene nella contesa legale, che viene riletta come espressione del loro sintomo, i genitori alienanti potranno rientrare in normale conduzione pedagogica ed educativa.
Il processo terapeutico deve avere una portata legale e non deve essere come un favore o una concessione.
Il genitore alienante deve essere curato e posto nell’asse in cui sia centrale il riconoscere il diritto alla cura del bambino a causa dei suoi disturbi per  prevenire che i minori oggi danneggiati siano gli adulti psicopatologici e domani
danneggianti i propri figli.
Non credo che un genitore alienante debba essere escluso dalla vita del figlio ma riposizionato nella condizione di non nuocere PAGANDO come reo la sua reintegrazione nel tessuto familiare, genitoriale e sociale.
Psicologia Psichiatria e Giurisprudenza devono saper prendere oneri e onori e pagare sia come attori che come comparse in questa condizione che è sempre e solo un DRAMMA.

Paolo Pozzetti – Psicologo

1 Commento

  • Buongiorno, ho letto con molto interesse il suo articolo sulla PAS. Sono un medico, un padre separato, in guerra da 7 anni per (motivi economici) con l’ex moglie. Prossimo al divorzio, con una figlia di 10 chiesta in affidamento esclusivo dalla madre, oggi vittima sacrificale di questo “disturbo “. É ora di finirla di negare l’evidenza. Mi unisco tristemente alle centinaia di testimonianze di madri e padri che assistono impotenti a questo abominio contro l’infanzia. Cari lettori e lettrici, mia figlia, affidata fin dalle prime fasi della separazione ai servizi sociali e collocata presso la madre, questa estate ha espresso chiaramente di non volermi vedere durante le vacanze estive. (I famosi 15 giorni).
    Il servizio sociale da me allertato, dopo un colloquio pomeridiano organizzato per verificare se vi fossero valide motivazioni, é riuscito a convincerla a venire con il Papà in vacanza. La sera stessa la passo a prendere e siamo insieme . La mattina dopo mentre ero in bagno, dopo avermi manifestato la volontà di tornare di nuovo a casa dalla madre (era in crisi per aver acconsentito davanti al servizio, dopo settimane di rifiuti al telefono) presi tempo per ragionare sulla risposta. Bhe il tempo non l’ho avuto, mia figlia ha preso il cellulare ed ha chiamato il 113, dicendo che voleva tornare a casa e che il papà era contrario !! Mi sono trovato a casa 8 agenti della Polizia. Vacanze finite. Padre Negato. Missione compiuta.

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