Riflessioni cliniche su narcisismo e anoressia. Percorsi junghiani di vita e di cura (Libro Recensione)

Clinica Junghiana Mario Mengheri
Link al libro

Un nuovo libro aggiornato
di Clinica Junghiana e di Psicoterapia

Questo volume è per tutti coloro che vogliono saperne di più sul funzionamento psichico rispetto all’atteggiamento verso se stessi e gli altri e per riflettere sul proprio corpo e su come esso partecipi alla relazione ed entri nel vissuto del trauma.

L’autore percorre la vita esplorandola con visione junghiana alla ricerca di ciò che può attribuirle senso. Attiva un confronto dialettico tra coscienza e inconscio allo scopo di smascherare e negoziare con il sabotatore interno, i cui ambasciatori, i sintomi, trasformati in opportunità, possono schiudere “possibilità” altre risvegliando consapevolezza e nuova vita.

Attraverso un percorso iniziatico conduce il lettore alla scoperta del mito personale e della propria verità per vivere una vita più autentica e da protagonista.
Grazie alla narrazione di due casi clinici, narcisismo e anoressia, intrecciata con scorci di vita personale, l’autore sviluppa un’appassionante narrazione e “usa” alcuni “suoi accadimenti” per un coinvolgimento riflessivo e più partecipato condel lettore.

Suo intento è rivolgersi non solo al pubblico degli addetti ai lavori e ai giovani aspiranti psicoterapeuti, ma a tutti i “cercatori di sè”. Il lettore, trasportato nel temenos, luogo sacro della stanza d’analisi, vivrà le assonanze e risonanze che in lui si produrranno dal percepire e riconoscere, attraverso la narrazione relativa a patologie tipiche della nostra epoca, parte della propria storia personale.

Clinica Junghiana Mario Mengheri

NOTE SULL’AUTORE:

MARIO MENGHERI – psicologo, biologo, psicoterapeuta, psicoanalista membro ordinario dell’Associazione Italiana Psicologia Analitica (AIPA) e dell’International Association for Analytical psychology (IAAP), psicosomatista, specialista in psicologia e sessuologia clinica, è presidente dell’Associazione Italiana Ricerca psicosomatica (AIRP, www.mariomengheri.it). E’ autore, coautore e curatore di oltre 100 articoli scientifici riguardanti la psicologia e di volumi. Ha svolto attività di docenza presso i Dipartimento di Psicologia dell’Università di Firenze, Psicologia Clinica di Siena, Psicologia della Salute di Pisa e numerose Scuole di Psicoterapia riconosciute dal MIUR. In qualità di docente/formatore, per il Comitato Unico di Garanzia (CUG), conduce attualmente, con approccio junghiano, percorsi formativi rivolti al personale dell’Ateneo Pisano sul tema del Benessere Organizzativo. Esercita la libera professione a Livorno.


PREFAZIONE di Maria Cristina Barducci:

Clinica Junghiana Mario Mengheri
Link al libro qui

«Nell’accingermi a scrivere la prefazione al volume del collega e amico Mengheri, mi sembra opportuno, come guida al lettore, evidenziare quelli che a mio avviso sono i punti chiave del suo lavoro.

Prima di tutto il libro si presenta come assolutamente junghiano, il che in questo momento storico, in cui sempre più presenti sono i riferimenti clinici e teorici ad orizzonti diversi, costituisce una felice eccezione.
L’influenza innegabile della metapsicologia di Jung è di fatto presente, anche se non sempre esplicitata, in moltissimi autori e nessun terapeuta oggi può permettersi di ignorare che dietro ogni malattia, ogni sintomo che spinge ad affrontare una psicoterapia, si celi un universo di senso che la sofferenza ha reso muto e oscuro. In un mio lavoro recente mi ponevo paradossalmente la domanda “Siamo tutti junghiani?” riflettendo sul fatto che se certi assunti della metapsicologia di Jung, quali il valore di una lettura simbolica e il bisogno di senso, sono ormai patrimonio condiviso, tuttavia è necessario, per un terapeuta che si definisce junghiano, motivare la sua appartenenza, le sue scelte e il suo personale stile di essere junghiano.

Ancora è innegabile il fatto che non esiste terapeuta degno di questo nome che non sia partito da un proprio personale bisogno di cura, e che tale incipit, consapevolmente assunto, costituisca una garanzia di profondità e di consapevole riflessione.
Il lavoro personale, la storia di vita, i nodi, le complessità e le difficoltà incontrate nel percorso che conduce a scegliere il mestiere di psicologo analista sono alla base dei criteri di valutazione che, come didatta che svolge il lavoro di formazione degli allievi che si presentano alla nostra associazione per divenire terapeuti junghiani, condivido con tutti i colleghi e l’importanza di una accurata analisi personale, costituisce la premessa necessaria per la formazione stessa.
Quando Jung insiste nel dire che ogni analista ha una sua equazione personale, una sua unicità, frutto di lunghi anni di lavoro su di sé e di studio, non fa altro che ribadire il suo assioma fondamentale, quell’esse in anima che situa al centro la psiche, oggetto e soggetto di cura.

È da queste premesse che si muove il lavoro di Mengheri, il quale senza infingimenti, racconta come il suo percorso personale e il suo lavoro clinico si siano continuamente intrecciati, in uno scambio fecondo di relazione tra mondo interno e mondo esterno, tra la psiche del terapeuta e la psiche del paziente, tra elementi di coscienza e consapevolezza, necessari alla formazione di un Io capace di orientarsi nel reale e dialogo continuo con i contenuti dell’inconscio.

La prospettiva junghiana, come prospettiva di vita prima ancora che prospettiva di cura, del resto è centrale anche nel modo con cui Mengheri svolge la sua attività clinica e teorica nell’ambito della psicosomatica, altro suo im-
portante campo di interesse.

Riaffermando l’importanza del processo simbolico, egli afferma che proprio la centralità del simbolo, che schiude al fenomeno della sincronicità, permette di “avanzare in un processo che direzioni il paziente psicosomatico nei sentieri che conducono all’esistenza del “Senso”.

Nella prospettiva di Mengheri il fenomeno psicosomatico lo si può vedere come un fenomeno specifico, una manifestazione simultaneamente psichica e fisica di una condizione esistenziale, rimemorando l’assunto junghiano per il quale materia e spirito sono soltanto due punti di vista, due prospettive e non due entità separate.

Anche il concetto di relazione, oggi molto diffuso grazie ai contributi della psicologia relazionale e intersoggettiva, sta alla base del percorso dell’autore che tuttavia privilegia nel definire tale concetto la relazione tra coscienza e inconscio, pur senza affatto disconoscere i contributi teorici successivi.

Afferma Mengheri (2015, p. 98) che solo assumendo questa prospettiva, che sta alla base della psicoanalisi, si può avviare una relazione con l’Altro, depurata il più possibile dal pandemonio incessante e continuo di proiezioni, che costituiscono per la psiche umana l’unico modo di rappresentazione del mondo.
Ricordare tutto ciò è profondamente junghiano e per questo Mengheri fa largo uso di citazioni tratte dalle opere di Jung stesso, cosa che può risultare preziosa soprattutto per un lettore meno aduso alla frequentazione di questi testi, tutt’altro che facili e un po’ fuori moda per le metafore usate e per il linguaggio stesso in un mondo come quello di oggi che tende in modo preoccupante alla semplificazione.

Ma il lavoro terapeutico è tutt’altro che semplice: i mostri del paziente e quelli dell’analista colludono, le difese reciproche sono merce comune, l’onnipotenza è in agguato e tenere il filo del senso è impresa ardua che non conosce fine. Facendo dunque della relazione il punto cardinale del suo percorso, Mengheri ci introduce alla lettura dei due casi clinici da lui scelti. La scelta si muove nell’alveo delle premesse che costituiscono la prima parte del la-
voro: la storia clinica di un paziente narcisista e di una paziente anoressica toccano dal vivo il tema.

(Link al libro “Percorsi junghiani di vita e di cura”)

Narcisismo e anoressia sono di fatto, due patologie della relazione, due modi di essere per i quali, l’Altro, interno e esterno, è tagliato fuori: due patologie estremamente diffuse e la cui gravità rischia di essere sottovalutata in un collettivo che esalta l’individualismo, soprattutto maschile, come cifra del successo e la magrezza, come passaporto di valore per la popolazione femminile.

Nell’analisi con Roberto, interrotta e poi ripresa quasi 25 anni dopo, risulta centrale la necessità di porre un no, un limite, alla modalità narcisisticamente famelica e onnipotente del paziente che malgrado sia stato sufficientemente bene dopo la prima trance di lavoro effettuata in età giovanile, mostra, tornando di non aver ancora introiettato quel senso del limite che permette di vedere l’esistenza dell’Altro.

Mengheri ci racconta attraverso il suo commento al caso clinico anche il suo percorso di maturazione personale che lo porta, a distanza di 25 anni, a ridefinire l’importanza di delineare un confine tra accoglienza e collusione con le richieste onnipotenti del paziente, tra comprensione e holding di tipo materno e divieto paterno, altrettanto necessario quanto il primo.

Sappiamo bene come la cosiddetta patologia narcisistica sia stata oggetto di studio e di riflessione da parte dei principali esponenti della psicoanalisi, come dia tuttora filo da torcere alla riflessione teorica e come all’interno di tale definizione diagnostica convivano aspetti della personalità – da nevrotica a gravemente borderline – e varie modalità difensive ossessivo-compulsive, depressive, onnipotenza, scissioni che rendono complesso il quadro.
Molti dei pazienti che chiedono una terapia presentano quella che Kohut chiama, ferita narcisistica, e il lavoro del terapeuta consiste spesso nel cercare di confrontare il paziente con le innumerevoli difese adattive che risultano paradossalmente egosintoniche e abbastanza imprendibili per il dilagare di uno spirito del tempo che esaltando gli individualismi, specie se vincenti, ne incoraggia la diffusione, rendendo spesso la terapia inefficace.

Accade oggi che il cosiddetto narcisista, che per anni si è identificato con un’identità lavorativa e sociale vincente, torni ad avvertire disagio – come nel caso di Roberto – solo quando questa identità rischia di crollare e quando la posizione sociale che lo metteva al riparo, mostra crepe.

Torno a ripetere come il percorso che Mengheri traccia ci riporti, come terapeuti, a contatto con una patologia particolarmente insidiosa, nella quale le ferite ancora aperte del paziente trovano inevitabilmente un eco nelle antiche ferite da cui nessun terapeuta, se consapevole, può dirsi immune; una patologia che mette a dura prova la psiche dell’analista, nella ricerca di una strada mediana tra accoglienza empatica, necessaria perché mai esperita e distanza, tra momenti materni e momenti paterni.

Trattando del caso di anoressia, Mengheri non tralascia di sottolineare come lavorare psicologicamente oggi con una psiche anoressica significhi abbandonare le indicazioni cosiddette classiche, dal momento che i “sintomi, correlati al loro significato specifico, perdono valore, dall’altro, assumono quello nuovo di rappresentanti della contemporaneità” (p. 163) e il corpo tenta di dare voce ad un dolore indicibile, quello di essere stato visto solo come un corpo da accudire e non un essere, in una scissione tra gli opposti, psiche, soma, pensiero sensazione, mente corpo, che abita anche il collettivo.

Un buon percorso di cura consiste allora nel ripristinare il valore simbolico perduto, reificato nel sintomo e nel ricreare un’unità latrice di senso. Mengheri privilegiando “una visione multifattoriale in cui il rifiuto del cibo costituisce la punta dell’iceberg di significati che coinvolgono ampiamente la sfera emotiva e relazionale di Laura e dei contesti a cui partecipa” (p.163) ci svela le tematiche di simbiosi, i risvolti di un complesso materno intriso di elementi inglobanti e distruttivi, la preponderanza dispotica di rappresentazioni paterne superegoiche e l’affacciarsi del dolore e della nuova consapevolezza; il tutto alla presenza del terapeuta, testimone e coautore del percorso di cura.
“[…] l’efficacia di cura realizzatasi in virtù di questa comune apertura alla realtà terza, che ha donato stabilità di senso alle oscillazioni affettive della sofferenza di entrambi (paziente e terapeuta), con un esserci-con, che ha implicato adesione e distanza […]” (p. 204).

(Maria Cristina Barducci)

Clinica Junghiana Mario Mengheri
Link al libro

ARTICOLI CONSIGLIATI:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *