La luce della parola. Fare luce attraverso la parola. Psicoanalisi e Psicoterapia

parola e psicoterapia

La Luce della Parola

(di Emanuele Casale)

«Ciò che era parola deve farsi uomo.
La parola ha creato il mondo ed esisteva prima del mondo.
Risplendeva come una luce nella tenebra, e la tenebra non l’ha compresa.

Deve dunque nascere quella parola che la tenebra possa comprendere.
Infatti a che serve la luce, se la tenebra non la comprende?
Ma la tua tenebra dovrà cogliere la luce.

(…) La tenebra non comprende la parola, ma capisce l’uomo;
lo comprende perché fa parte lui stesso della tenebra.
Non si discende all’uomo dalla parola, bensì dalla parola si sale all’uomo; questo capisce la tenebra.

La tenebra è tua madre; le si addice riverenza, perché la madre è pericolosa.
Ha potere su di te, giacché ti ha generato.
Onora la tenebra, come onori la luce, e rischiarerai la tua tenebra
(C.G. Jung – Libro Rosso, p.270)

Parole e psicoterapia
Le parole che ci salvano. E altri saggi (Eugenio Borgna)

Parola, fuoco e luce. Una rivisitazione etimologica

C’è un interessante nesso di significato e anche etimologico tra luce e parola.

Prima di parlare di “Psicoterapia, parole e luce” – che tratterò alla fine – facciamo qui un breve ragguaglio etimologico spostandoci nell’antico Oriente fino alla nostra cultura cristiana.

Gli antichi Kabbalisti già erano a conoscenza di questa verità, mi riferisco in particolare alla parte della Kabbalah legata ai cosiddetti 72 nomi di Dio.

Dalle parole emana una vibrazione, un suono, ma emana anche una luce, un fuoco.

È la stessa letteratura e mitologia a suggerisci questo apparente strano collegamento tra fuoco e parola.

Parole e psicoterapia
Le parole che curano. Niente è più importante del dialogo con te stesso (Raffaele Morelli)

Tra i primi ad accorgersene fu Carl G. Jung, che descrisse magistralmente con svariate comparazioni mitologiche e religiose questo punto*..

Jung, in Simboli della trasformazione, ci fa notare che secondo alcuni racconti dell’induismo dalla bocca deriva il fuoco. Vi sono testi che stabiliscono un parallelo tra fuoco e parola.

Jung ci rimanda qui alle Upanishad, dove più precisamente nella Aitareya-upanisad è detto:

“Traendo allora dalle acque Purusa, lo foggiò. Iindi lo covò. E, avendolo covato, gli divise in due la bocca, così come si spezza un uovo: dalla bocca venne la parola, dalla parola il fuoco”

Scrive appunto Jung che in questo passaggio “è detto che il fuoco [luce] viene dalla parola, e in seguito è anche detto che è il fuoco a divenire parola. Troviamo un rapporto analogo tra fuoco e voce o parola nella Brhads-aranyaka-upanisad”.

Qui di seguito inserisco l’appena citata upanisad in cui si comprende bene come fuoco, luce e parola vengono associate (consiglio di leggerla tutta perché è davvero molto bella!) :

« (…) Allora il Re prese la parola per primo al fine di interrogarlo:

“Oh Yajnavalkya, qual lume rischiara questo purusa [essere incarnato]?”

“La luce del sole, o Re”, gli disse: “alla luce del sole, invero, costui dimora, si muove, compie le sue azioni e ritorna a casa.”

“E’ proprio così, o Yajnavalkya. Allorchè il sole è tramontato, o Yahnavalkya, qual è la luce che illumina questo purusa?”

“Per costui vi è la luce lunare; alla luce della luna egli dimora, si muove, compie le sue azioni, torna a casa.”

“E’ proprio cosi, o Yajnavalkya. Allorchè è tramontato il sole ed è tramontata la luna, o Yajnavalkya, quale luce illumina questo essere?”

“E’ la luce del fuoco che lo illumina; è alla luce del fuoco che egli risiede, si muove, compie le sue azioni e ritorna a casa.”

“E’ proprio così, o Yajnavalkya. Allorchè il sole è tramontato, la luna è tramontata, il fuoco è spento, o Yajnavalkya, quale luce illumina questo personaggio?”

“E’ la Parola che lo illumina: è essendo illuminato dalla Parola che egli dimora, si muove e compie le sue azioni e torna casa; questa è la ragione per la quale, o re, quando l’ombra è così fitta che non si distingue neppure la propria mano, se si ode una parola ci si dirige verso questa.”

“E’ proprio così, o Yajnavalkya. Allorchè il sole è tramontato, o Yajnavalkya, la luna è pure tramontata, il fuoco è spento, ogni parola tace, quale luce illumina questo personaggio?”

E’ lo Atman [il Sé] che è la sua luce. E’ alla luce dello Atman che egli dimora, si muove, compie le sue azioni e torna a casa.”»

Upanishad

Tracce di questo abbinamento sono riscontrabili anche nella nostra cultura odierna – ci ricorda Jung – quando usiamo espressioni come: le parole sono “infiammanti”, e “ardenti”.

Nel linguaggio del Vecchio Testamento ricorre spesso l’associazione di bocca e fuoco. Per esempio: 2 Samuele, 29.9: ‘Un fumo saliva dalle sue nari; un fuoco consumante gli usciva dalla bocca”. Isaia 30.27: “Il nome del Signore…le sue labbra son piene d’indignazione, la sua lingua è come fuoco divorante”. Salmo 29.7: “La voce dell’Eterno fa guizzare fiamme di fuoco.” Geremia 23.29: “La mia parola non è essa come il fuoco?”. Apocalisse 11.5: “dalla bocca dei due testimoni esce il fuoco.” (Jung – Simboli della trasformazione)

Ancora Jung, sempre nel saggio Simboli della trasformazione, ci riporta alcune derivazioni etimologiche comuni che associano anch’esse il fuoco/luce alla parola, analisi etimolgiche lunghissime che di certo non ripoterò qui perché lunghissime. Per chi è interessato può far riferimento direttamente al libro.

[ Ti segnalo qui un articolo sulla stessa tematica che potrebbe interessarti: La luce dell’inconscio. Luce dell’Ombra e l’Ombra della luce ]
La via del silenzio e la via delle parole. Portare la meditazione nella psicoterapia (Claudio Naranjo)
La via del silenzio e la via delle parole. Portare la meditazione nella psicoterapia (Claudio Naranjo)

 

Luce e Parole in psicoterapia

«Sii cauto con le parole, sceglile bene, prendi parole sicure, parole prive di appigli, non tesserle l’una all’altra, affinché non ne nasca una ragnatela, perché tu saresti il primo a restarvi impigliato.

Poiché le parole implicano dei significati. Con le parole sollevi il mondo infero. La parola è quel che vi è di più futile e di più potente. Nella parola confluiscono il vuoto e il pieno. La parola è perciò  un’immagine di Dio.

La parola è quanto di più grande e di più piccolo l’uomo abbia creato, proprio come ciò che opera in modo creativo attraverso l’uomo è esso stesso quanto vi è di più grande e di più piccolo.»
(C.G. Jung, Libro rosso, p.298-299)

parola e psicoterapia analisi

Cosa ce ne facciamo ora di quest’associazione tra luce, fuoco e parola? Tutto questo dove ci ha voluto portare?

Semplicemente alla constatazione che quando si è in analisi si fa in qualche modo luce attraverso la parola, giacché la parola sembra effettivamente gettare una luce, rischiarare una certa oscurità.

E infatti in mancanza di luce, che cosa andiamo a cercare quando ci troviamo in una stanza buia, nell’oscurità più profonda della nostra anima, se non un primo suono, una prima parola che udiamo, verso la quale ci giriamo speranzosi?

In un buio dell’anima – come quello che a volte è presente nella depressione agli estremi livelli – è la parola l’unica luce che ci orienta nell’oscurità, verso cui volgiamo lo sguardo come d’istinto.

L’antica saggezza ebraica della Kabbalah ci dice che “Non c’è Luce senza un Vaso”.

Sentire le parole. Archivi sonori della memoria implicita e musicalità del transfert (Mauro Mancia)
Sentire le parole. Archivi sonori della memoria implicita e musicalità del transfert (Mauro Mancia)

L’analisi può spesso aiutare e agevolare proprio la ri-strutturazione di questo vaso alchemico all’interno del quale può ri-nascere una luce dal profondo dell’Ombra.

Come dice Marco Gay, analista junghiano e autore, in relazione all’archetipo dell’Ombra:

Fare i conti con l’ombra vuol dire lasciare che la luce declini

È indicativo inoltre il fatto che la Kabbalah – ma anche altre saggezze antiche – ci rimanda all’immagine di un Vaso (un medium) affinché possiamo usare la luce, come se non potessimo essere a contatto direttamente – o farne uso – con questa luce, come se ci servisse appunto uno strumento (un simbolo?) per poter usarla, proprio come quando – per dare l’idea – per prendere una pentola ardente usiamo una presina.

I rischi di poter usare o identificarsi direttamente con questa luce, o qualsiasi altro contenuto inconscio autonomo o archetipico, sono ben delineati dalla clinica psicologica, e in primis da Jung stesso che ne ebbe una vasta esperienza nella sua estesa pratica psichiatrica e psicoterapica.

Nietzsche Jung
Nietzsche

Emblema di questa inflazione può essere – tra i tanti – Nietzsche, così tanto caro a Jung da dedicargli dei seminari specialistici durati ben 5 anni! (qui i libri dedicati allo Zarathustra di Nietzsche)

Nietzsche infatti si identificò quasi totalmente con questo lumen naturae che egli sentì dal profondo, credeva davvero di essere lui stesso quella luce, fino ad arrivare a scrivere nello Zarathustra:

“Luce io sono: ah, fossi notte! Ma questa è la mia solitudine, essere cinto di luce.”

Noi – forse – non siamo la luce, ma portiamo in noi una luce. C’è una differenza qui. Come ebbe a dire una volta Marie Louise von Franz:

Noi non siamo divini, ma siamo la stalla all’interno della quale nasce qualche cosa di divino.*

(di Emanuele Casale) Licenza Creative Commons

FINE.

Luce Anime Persone Psicologia


«E questa luce che brilla sopra questo cielo, più in alto di tutto, più in alto di ogni cosa, nel più elevato mondo al di sopra del quale non c’è nessun altro mondo, è la stessa luce che è nell’uomo.»
(Upanishad)

«E la vita era la luce degli uomini e la luce splende nelle tenebre» (Giovanni I.4, 5)

«Di dentro o intorno, una luce brilla attraverso di noi sulle cose e ci rende coscienti che noi siamo nulla,
e che la luce è tutto.» (Ralph Waldo Emerson – L’Anima suprema, p.6)

«Non raggiungeremo mai la nostra totalità, se non ci assumiamo l’oscurità che è in noi, poiché non c’è corpo che, nella sua totalità, non proietti un’ombra, e questo non in virtù di certi motivi ragionevoli, bensì perché è sempre stato così e perché tale è il mondo.» (Jung, 1934)


 

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Emanuele Casale
Fondatore del Jung Italia. Completa gli studi di secondo livello in psicologia Clinica presso l'Università Gabriele D'Annunzio. Interessatosi fin dall'età di 14 anni alla filosofia occidentale e orientale, a 16 anni inizia a interessarsi attivamente all'opera di Jung. A 22 anni risalgono le sue prime pubblicazioni tramite riviste e interventi in qualità di ospite o relatore presso alcuni convegni nazionali di psicologia. Intervista il nipote di Jung per la rivista di psicologia "L'Anima fa Arte". Attualmente collabora come studioso indipendente con associazioni, riviste scientifiche, scuole di psicoterapia e autori del campo della psicologia. Amplia la sua formazione soprattutto nel settore della psicologia complessa e delle ricerche sugli sviluppi del versante "Psiche e Materia" (Psicologia e Fisica)

1 Commento

  • La “Teoria dei Cinque Movimenti” in energetica cinese considera tutto lo scibile “classificabile”, secondo il principio dell’analogia, in cinque, appunto, logge energetiche. Il Movimento (Loggia energetica) Fuoco ha in sè il Cuore, non solo come organo ma anche come psichismo d’organo. Il Cuore rappresenta la nostra più intima essenza ed è quella funzione che ci permette di discernere cosa è giusto per noi da cosa non lo è…di far luce, quindi, in noi stessi, nel rispetto di ciò che veramente siamo e desideriamo.
    Esiste un ramo interno del meridiano di Cuore che sale dall’organi cuore, attraversa la gola e termina sulla punta della lingua; il Fuoco/Cuore regola infatti anche l’eloquio, la nostra capacità di parola. Quando c’è afflizione di cuore, le parole non vengono, la voce è lontana, la nebbia ottenebra la mente nascondendo noi a noi stessi….e anche la Medicina Tradizionale Cinese, dunque, conferma il legame tra Fuoco, Cuire, Luce, Parola….❤☯️

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