Che cos’è il Daimon? Vive in ognuno di noi un demone creativo. Psicologia e tradizione

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Psicologia e Daimon. Che cos’è?

« (…)il daimon che ci costringe, con il bisogno, a imboccare la via:
il piccolo dio individuale, lo Shiva interiore.»

(C.G.Jung – La Psicologia del Kundalini Yoga, Seminario tenuto nel 1932, p.131)

«Nel mondo antico, il Daimon era una figura proveniente da un altrove, né umana né divina, una via di mezzo tra le due cose, abitante di una regione mediana (metaxu), la stessa dell’anima.

Più che un dio, il daimon era una realtà psichica che aveva intimità con noi: una figura che poteva apparire in sogno, inviare messaggi, come un cattivo auspicio, un presentimento o un impulso erotico. Anche Eros, infatti, abitava quella regione mediana non del tutto divina e tuttavia sempre un pò inumana.

I Greci, perciò, sapevano bene come mai i fenomeni erotici sono sempre di difficile collocazione, celestiali e al tempo stesso crudeli.» (James Hillman – Il codice dell’anima)

[Qui di seguito il più grande libro di Hillman, bestseller, che parla del potere innato del daimon che ha nelle nostre vite individuali, una forza interiore che a volte scavalca circostanze, limiti e contesti poco favorevoli affinché possiamo esprimere parte della nostra vera natura.]

Il codice dell'anima (James Hillman)
Il codice dell’anima (James Hillman)

«Nasciamo con un carattere; ci viene dato, è un dono dei guardiani della nostra nascita, come dicono le vecchie storie… ognuno entra nel mondo con una vocazione.» (James Hillman)

«Il daimon svolge la sua funzione di ‘promemoria’ in molti modi. Ci motiva. Ci protegge. Inventa e insiste con ostinata fedeltà.

Si oppone alla ragionevolezza facile, ai compromessi e spesso obbliga il suo padrone alla devianza e alla bizzarria, specialmente quando si sente trascurato o contrastato.

Offre conforto e può attirarci nel suo guscio, ma non sopporta l’innocenza.

Può far ammalare il corpo. È incapace di adattarsi al tempo, nel flusso della vita trova errori, salti e nodi – ed è lì che preferisce stare.» (James HIllman – Il codice dell’anima, pp.60-61)

«La patria del daimon non è sulla terra; il daimon vive in uno stato alterato; la fragilità della carne è una condizione imprescindibile per la vita dell’anima sulla terra.» (J. Hillman)

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“Atmavictu” = “soffio di vita”. Scultura che Jung costruì e dedico al suo “demone creativo”. Foto di Emanuele Casale, 2012, Kusnacht, Casa Jung, Svizzera

Da un’intervista di James Hillman

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Dice Hillman:

«“Tu avrai ancora bisogno di me? Mi darai ancora da mangiare quando avrò 64 anni?” (Ritornello della canzone “When i’m 64” dei Beatles)

Il modo in cui lo intendiamo di solito è: ti prenderai ancora cura di me quando sarò vecchio? Nel senso di mia moglie, mia figlia o la mia ragazza o qualcun altro, è cosi che pensiamo.

Ma questa potrebbe essere anche una canzone mistica, potrebbe essere una canzone del Daimon che dice: “Quando sarai vecchio ti prenderai ancora cura del Daimon?”. Era, voglio dire, il Daimon a cantare, a dire: “Ti prenderai ancora cura di me?” . O forse è la persona che chiede al Daimon: “ti prego, continua a darmi…emozioni, e pensieri, e un destino quando sarò vecchio, mi darai ancora da mangiare? Perchè quello che mi ha nutrito per tutti questi anni, io CREDO, sono i miei amori, i miei figli e mia madre e mio padre e mia moglie e cosi via…ma forse quello che mi ha veramente nutrito per tutti questi anni è il mio Daimon…»

  • Qui l’intervista completa a James Hillman:

Emerson La fiducia in se stessi
Diventa chi sei. La fiducia in se stessi (Emerson)

Origini del “Daimon”: Il mito di Er (di Platone)

Non sarà il dèmone a scegliere voi, ma voi il dèmone […].
La virtù non ha padroni; quanto più ciascuno di voi la onora, tanto più ne avrà;
quanto meno la onora, tanto meno ne avrà.
La responsabilità, pertanto, è di chi sceglie.
Il dio non ne ha colpa.
(Platone – il mito di Er)

Scrive Platone nella Repubblica:

“Anime dall’effimera esistenza corporea, incomincia per voi un altro periodo di generazione mortale, preludio a nuova morte.

Non sarà un demone a ricevervi in sorte, ma sarete voi a scegliervi il demone. Il primo che la sorte designi scelga per primo la vita cui sarà irrevocabilmente legato.

La virtù non ha padrone; secondo che la onori o la spregi, ciascuno ne avrà più o meno. La responsabilità è di chi sceglie, il dio non è responsabile.

(…) Anche chi si presenta ultimo, purché scelga con senno e viva con regola, può disporre di una vita amabile, non cattiva. Il primo cerchi di scegliere con cura e l’ultimo non si scoraggi.” (Platone, La Repubblica, X, 617d-e, 619b)

Platone. Tutte le Opere (con testo greco a fronte)
Platone. Tutte le Opere

Uscita dal corpo l’anima di Er, era giunta in un luogo bellissimo, dove si riunivano le anime, dopo aver compiuto un’ esistenza mondana, per essere giudicate.

Esse venivano poi o condotte a scontare una pena per i misfatti commessi sottoterra oppure a godere in cielo per i loro meriti. Assieme a queste c’erano anche le anime che dopo aver trascorso un periodo in cielo o sottoterra, si preparavano a una nuova incarnazione.

A queste ultime si presentava un araldo che illustrava una molteplicità di vite dove in ognuna di esse si trovava mescolato ogni sorta di elemento, dalla ricchezza alla malattia.

Il turno secondo cui a ciascuna sarebbe spettato scegliere era già stato sorteggiato. Per tale motivo l’araldo aveva raccomandato particolare attenzione, dal momento che era necessario saper valutare i possibili effetti di ciascun fattore, le anime dovevano dimostrare grande capacità di discernimento.

Daimon Angelo Demone

L’anima cui era toccato di scegliere per prima la sorte che avrebbe dovuto vivere nel mondo fece una scelta molto infelice, precipitandosi ad appropriarsi della vita di un grande tiranno, “spinta dall’insensatezza e dall’ingordigia “.

Soltanto dopo aver riflettuto con calma sulla scelta, accorgendosi dei mali che conteneva, cominciò a lamentarsi grandemente.

Dando prova di grande dissennatezza, cominciò a incolpare il destino e chiunque altro, tranne che SE STESSO.

Da sottolineare il fatto che costui faceva parte del gruppo di anime che provenivano dal cielo. Nella vita precedente, infatti, si era comportato senza colpe, soltanto perché era vissuto in una società ben ordinata da regole che lo avevano preservato dal commettere cattive azioni; dunque non aveva maturato dentro di sè nessuna saggezza, la sua virtù era semplicemente tutta esteriore.

La pena che dovrà scontare con tale infelice scelta è quella di imparare con la viva esperienza ciò che non aveva ancora appreso con le risorse della sola mente.

Per quanto strano possa sembrare coloro che era venuti dal cielo erano soliti commettere cattive valutazioni, non avevano quella “conoscenza” che era maturata nel pantano della sofferenza.

Coloro che invece venivano da sottoterra si dimostravano molto più accorti nella scelta, dal momento che erano entrati in contatto con il male e con il dolore.

Imparare la psicologia
Coltivare l’anima (Luigi Zoja)

Una volta compiuta la scelta era il momento di presentarsi davanti alle Moire. Lachesi assegnava a ciascuno il demone che l’avrebbe accompagnata nella vita come guardiano, affinchè il destino prescelto trovasse compimento; Cloto e Atropo lo confermavano e lo rendevano irrevocabile.

Poi, tutte insieme si dirigevano verso la pianura del Lete dove dovevano bere un po’ di acqua della dimenticanza.

Poi le anime si addormentavano, finchè a mezzanotte, scoppiato un tuono e creatosi un terremoto, improvvisamente cominciavano a nascere, chi qua chi là, come se fossero delle stelle cadenti.

Il demone che viene assegnato a ciascun anima non è altro che la personificazione del suo destino. Destino questo che ciascuno ha scelto da sè, ma che una volta che ciascuno entra nella dimensione mondana, si sottrae alla coscienza dell’Io.

Carotenuto - La chiamata del daimon
La chiamata del Daimon (Aldo Carotenuto)

Per tale motivo la coscienza individuale non è in grado di valutare gli avvenimenti che sopraggiungono se non alla stregua dell’assoluta casualità. Può però accadere che il soggetto, oscuramente riesca ad avvertire il mistero di un logos, di una ragione superiore che guidi il suo cammino e il dipanarsi dei casi e delle circostanze dell’esistenza individuale.

Una conquista importante verso la saggezza avviene quando si arriva a comprendere che il destino non può mai essere contrastato, che ci piaccia o meno, e che occorre sempre seguirlo e assecondarlo.

Daimon Demone

L’esistenza scelta da trascorrere nel mondo può essere paragonata a una vera e propria cura, una cura, spesso dolorosa. L’unico modo per fronteggiare la sofferenza è quello di tentare di darle un senso. Nel mito platonico la sofferenza ha infatti un ruolo vivificante, salutifero a tutti gli effetti, non è casuale che soltanto le anime che avevano sofferto si erano dimostrate più sagge nel discernere.

La narrazione platonica ha un valore paradigmatico. Il progetto con cui le anime entrano nell’esistenza, con la fiducia che il mondo possa soddisfarlo, andrà sempre, prima o poi incontro allo scacco.

E la crisi sarà allora inevitabile, perchè per nessuno può durare indefinitamente l’ingenua e beata convinzione che il mondo sia qualcosa di non problematico. L’uomo è un animale metafisico, che, prima o poi, dovrà confrontarsi con il senso del mondo e della propria esistenza in esso.

Schopenhauer su questo punto ci mette in avviso:

Finché perseveriamo in questo errore innato, anche se la nostra credenza in esso è rafforzata da dogmi ottimistici, il mondo ci appare pieno di contraddizioni. Ad ogni passo, nel piccolo come nel grande, non possiamo non renderci conto che il mondo e la vita non sono assolutamente fatti per procurare un’esistenza felice. Di fronte a questa conclusione, chi è incapace di riflettere si sente colpito solo da sofferenze reali, mentre ai tormenti reali viene ad aggiungersi per colui che pensa, anche la perplessità teoretica, relativa al perché un mondo e una vita, che dovrebbero essere fatti per renderci felici, rispondano così male al loro scopo. Tale perplessità si sfoga in profondi sospiri, quali: – Ah, perché ci debbano essere tante lacrime in questo mondo?

 

FINE.


 

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8 Commenti

  1. Quanto avvicina la forza vocativa del daimon a quella del Sé attraverso l’individuazione? C’è un rimando sul significato stesso del daimon che prevede un rischio, anche vitale. Una potenza attrattiva, una possessione, che allo stesso tempo produce e distrugge. Morte e resurrezione che punteggia, attraverso la forza del daimon, a dare la vita. Come a dire: la vita è il risultato tensivo di una costante antinomia di morte e nascita. Un concetto molto interessante.

  2. Il daimon platonico è in sostanza la nostra vocazione. Qualcuno lo sente tanto forte e insistente da non poter evitare di obbedire al suo richiamo.
    Altri rifiutano, spinti da interessi differenti, più spesso dalla paura di fallire, di non essere all’altezza. Ciò è triste perché si tratterà sempre di una realizzazione mancata, sebbene una scelta di vita differente potrebbe in certi casi essere anche più facile e felice.
    Prendete Van Gogh. Il suo daimon fu molto esigente, tirannico, crudele, non gli diede scampo: cerca la luce, perché ne hai bisogno come le piante, i tuoi amati girasole, gli disse, e poi travasala nei tuoi quadri. Dipingi fino alla morte perché il mondo ha bisogno della tua opera. Non ti prometto il successo gratificante, i riconoscimenti, il denaro; anzi, finché sarai vivo, non riceverai proprio niente. Finirai pazzo, colpito a morte da Apollo come quel tedesco che amava tanto Dioniso, ti taglierai un orecchio, finirai per spararti. Litigherai perfino con il tuo migliore amico e tuo fratello, che pure ti vuol bene, non riuscirà a vendere un solo tuo quadro. Però sarai Vincent Van Gogh.
    Vedete, se avesse scelto di fare il bancario o il falegname, forse sarebbe stato più felice, o perlomeno sereno. Ma dentro di sè, nel profondo, avrebbe sempre saputo di aver tradito sè stesso, il proprio destino.
    Perché questo è alla fine il daimon quando si realizza: il destino di un uomo.

    Non sempre è buono: Hillman parla a lungo per esempio del daimon di Hitler.
    Secondo Hillman, Hitler realizzò perfettamente sè stesso, perché lo scopo oscuro della sua esistenza era chiaramente la morte e la distruzione.
    È interessante vedere in questo caso come il proprio daimon possa a volte venir frainteso, non capito: da giovane Hitler voleva fare l artista, il pittore. Venne rifiutato due volte alla accademia e allora si dedicò ad altro. Ora, se osserviamo i quadri di Hitler (ce ne sono rimasti diversi), possiamo vedere una mano sicura, ma non geniale: sono paesaggi, edifici, raramente persone, che a lui non interessavano. Sono acquerelli ed oli dai colori curiosamente solari; non sono nemmeno brutti, ma non sono nulla di speciale. Non era quella la sua vocazione.
    Viceversa, ci sono moltissime testimonianze del suo istintivo genio nell’arringare le folle, fare comizi: più d uno notò una “demoniaca” fascinazione, che si trasmetteva come una malattia contagiosa agli ascoltatori. Perfino una trasfigurazione. Ecco, il suo daimon era quello.
    Non dobbiamo pertanto cercare una morale specifica nel daimon: non ha lo scopo nè l’interesse di far diventare santi.
    La sua voce è semplicemente quella dell inconscio profondo, che come sappiamo non ha etica, ma porta in superficie l intima natura di ognuno.
    Nel settore artistico in generale questo è particolarmente evidente: Giotto già disegnava cerchi perfetti e pecore per terra prima ancora di prendere in mano i pennelli. Certe volte il daimon è molto precoce, come provano tutti i cosiddetti bambini prodigio; a volte la spinta si esaurisce presto, altre dura tutta la vita.
    Personalmente, pur non essendo nè Giotto nè Van Gogh, posso testimoniarlo perché mi hanno detto che a due anni già pasticciavo con le matite, e disegnai prima di saper scrivere, anche se alla fine il mio daimon più autentico si è rivelato questo ultimo. Feci altro per più di trent’anni, dedicandomi all’insegnamento.
    Ma in fondo non mi sono mai sentito completamente realizzato in quel lavoro, anche se mi è sempre piaciuto e dicono non sia neanche stato tanto male dietro la cattedra ( preferivo stare accanto, veramente, o anche seduto sopra). Il fatto è che mi mancavano i miei disegni, i miei quadri, e i libri che dovevo ancora tirare fuori da me stesso. Lo feci dopo.
    Da circa dieci anni scrivo storie e le illustro. Ho avuto la fortuna di fare quello che ho sempre desiderato prima di morire, cosa che non capita a tutti.
    Solo adesso il mio daimon è finalmente soddisfatto e può andare in pensione anche lui.

    – scrivi. Hai le mani per questo. Disegna. Se fossi nato contadino, le tue mani sarebbero servite per arare e mietere. Se fossi nato ladro, sarebbero servite a rubare con destrezza. Ma le tue mani sono state fatte per scrivere e disegnare.
    Anche per accarezzare i tuoi gatti e qualche persona, ma questo è un optional. Scrivi. Disegna.-
    Questa fu sempre la mia voce dentro la testa. Collegata alla pancia e al cuore.
    Dopo un intervallo di quasi quarant’anni l ho finalmente seguita. Non credo che diventerò mai famoso. Non è questo l’obiettivo.
    L obiettivo reale è fare ciò per cui sono nato. e morire dopo averlo fatto, tutto sommato felice.

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