La vera libertà è quella interiore. La nostra libertà non sta fuori di noi, ma in noi (Krishnamurti e Jung)

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Krishnamurti Libertà Jung Italia

Il significato della libertà

L’unica vera libera libertà è quella interiore.

Si parla spesso di libertà, ma molti di quelli che parlano di libertà (esteriore) con foga e spirito rivoluzionario si rivelano i primi in assoluto a mancare di una vera libertà interiore.

Si può essere prigionieri in molti modi, uno tra questi – forse il più pericoloso perché invisibile – è quello di essere prigionieri dentro se stessi.

Cosa significa?

Qui di seguito alcuni bellissimi estratti che ho recuperato di Jung e Krishamurti sul significato della libertà interiore.

BUONA LETTURA!

PS: i passi di Jung tratti dai Seminari sullo Zarathustra di Nietzsche si riferiscono ANCHE alla libertà esteriore.

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Libertà totale (J. Krishnamurti)
Libertà totale (J. Krishnamurti)

Libertà: un mondo interno in cui arrivare

‎«La libertà significa responsabilità: ecco perché molti la temono.»
(George Bernard Shaw)

  • C.G. Jung:
    Jung

«La nostra libertà non sta fuori di noi, ma in noi.

Si può essere vincolati all’esterno e tuttavia sentirsi liberi, perché ci si è liberati dalle catene interiori.

Si può forse guadagnare la libertà esteriore mediante un’azione energica, ma la libertà interiore si crea solo mediante il simbolo.»
(C.G. Jung – Libro Rosso, p.311)

«Meglio essere legati da catene visibili che da catene invisibili.»
(C.G.Jung – Libro Rosso, p.293)

«Il “tu devi”, pertanto è una specie di prigione in cui le persone si attengono a una determinata norma, ma pensano in continuazione: “Se potessi liberarmi di quella norma, Dio solo lo sa quel che farei!”.

Non sapranno mai che cosa farebbero, se fossero liberi. Senza libertà non c’è moralità, non può sussistere una decisione morale.

C’è moralità solo quando sei in grado di scegliere, e se sei costretto, non sei in grado di scegliere.»
(C.G. Jung – Seminari sullo Zarathustra di Nietzsche, 1934-39 – Bollati Boringhieri, p.283)

Sulla Libertà (J. Krishnamurti)
Sulla Libertà (J. Krishnamurti)

«Si può disporre di leggi meravigliose e rimanere persone del tutto immorali.

Non c’è codice penale che sia stato in grado di generare esseri morali: il “tu devi” è soltanto una specie di binario che ti aiuta ad andare in linea retta quando stai procedendo a zig-zag.

Ma s’impara ad andare in linea retta solo camminando senza alcun binario: solo allora si apprende che cosa siano la vera obbedienza e la vera responsabilità.

Finché si cammina tra due alte pareti, dal cui percorso è impossibile deviare, non c’è né libertà né responsabilità, e tanto meno una qualunque altra virtù; potete essere completamente ubriachi, e ciò nonostante andare dritto. Se siete stretti tra due pareti, vi è semplicemente impossibile andare a zig-zag.

Ora, può darsi che, durante le molte centinaia d’anni che caratterizzano una civiltà consolidata, possa prevalere tale condizione: una strada sicura fiancheggiata da solidi muri. Giunge però un tempo in cui questi stessi muri cadono, e a questo punto ci troviamo all’improvviso a dover dipendere da noi stessi. Tutto viene messo in discussione, e allora abbiamo bisogno di una guida interiore, perché i valori esterni non sono più in grado di offrirla.

Con ciò la stabilità del mondo viene a basarsi soltanto sulla nostra stessa affidabilità, sul fatto di poter contare su noi stessi.»
(C.G. Jung – Seminari sullo Zarathustra di Nietzsche, 1934-39 – Bollati Boringhieri, p.287)

La libertà di essere se stessi. Il Giudice interiore e il conflitto tra dovere ed essere (Avikal E. Costantino)
La libertà di essere se stessi. Il Giudice interiore e il conflitto tra dovere ed essere (Avikal E. Costantino)
  • Krishnamurti

«La libertà non è una reazione, la libertà non è una scelta.

È una pretesa umana pensare che la possibilità di scelta sia libertà.

Perché la vera libertà non è una reazione? In fin dei conti la libertà concepita usualmente – dice spesso Krishnamurti – si riduce a due visioni, egualmente limitate, della libertà:

  1. si pensa alla libertà, cioè, come libertà da…
  2. o come libertà di

Se io voglio essere libero dalla collera, questa volontà non è libertà, ma solo una reazione.

La libertà autentica non è da qualche cosa, non ha una causa, è invece uno stato dell’essere liberi in sé, è libertà in sé.

Krishnamurti vuole uscire dalla gabbia della volontà: la libertà da noi conosciuta è la libertà generata dalla volontà; voglio liberarmi da questa cosa, voglio essere libero di fare quest’altra cosa, ecc.

La libertà vera invece non è il risultato di uno sforzo di volontà: volontà e libertà sono in contraddizione, perché la volontà è un esito del pensiero e il pensiero è sempre condizionato, condizionato dal mio passato, dalle influenze esterne, dalla società, dalle mie valutazioni passeggere.

Krishnamurti continua, scrivendo:

“La libertà è pura osservazione senza movente; […]. L’osservazione porta a scoprire la mancanza di libertà. La libertà risiede nella consapevolezza priva di scelta della vita quotidiana”.

Libertà dal conosciuto (J. Krishnamurti)
Libertà dal conosciuto (J. Krishnamurti)

Ora: l’abbiamo già detto, lo strumento principe secondo Krishnamurti è l’osservazione, quella che altre volte chiama visione profonda, che altre volte ancora chiama consapevolezza o attenzione.

Questa osservazione deve essere, come dice qui il testo, senza scelte. C’è solo l’osservazione, non c’è il pensiero “io sto osservando”.

Se io osservo e comincio a fare delle scelte riguardo a ciò che sto osservando (per esempio, dicendo a me stesso: “questa cosa non mi piace, non la voglio”, “quest’altra cosa mi sta bene e voglio tenerla per me”, ecc., quindi scegliendo, esprimendo dei giudizi su ciò che osservo, volendo certe cose e non altre), allora se faccio questo, se osservo scegliendo, la mia osservazione si allontana dal fatto nella sua nudità, dal dato.

Ci deve essere invece osservazione pura e assoluta, senza nulla da scegliere, senza nessuna direzione da prendere. Scegliere o rifiutare è un esito dell’attaccamento o della repressione. È uno spreco dell’energia.

Non devo cercare di controllare, di reprimere, di fare qualcosa; ma solo osservare, tutta l’energia deve essere incanalata in questa attività. Quindi ci deve essere un’osservazione senza pensiero, senza l’interferenza del pensare.»

Krishnamurti Giovane
Krishnamurti da giovane

«Il primo possibile fraintendimento da cui Krishnamurti mette in guardia è quello di vedere la libertà come forma di reazione, cioè come qualcosa che si contrappone a ciò che lega, che condiziona. Ma ciò che è l’opposto di una cosa, afferma Krishnamurti, appartiene allo stesso ambito di quella cosa, cioè al limitato, al condizionato.

Una libertà come forma di reazione è un’azione che si muove sempre e comunque orizzontalmente, che non osa quel balzo definitivo verso la libertà assoluta.

L’insegnamento di Krishnamurti, come si è visto, mira a eliminare quella distanza che siamo soliti creare tra noi e l’Incondizionato, tra noi e la vera natura delle cose.

La libertà stessa viene reificata dall’io, ridotta a un concetto, a un’astrazione del pensiero e perciò dello stesso condizionato, del ‘conosciuto’.

Inoltre, viene vista come un obiettivo da raggiungere, un oggetto da ottenere, un qualcosa da cui ci separa, di nuovo, l’illusione del ‘tempo psicologico’.

La prima ed ultima libertà (J. Krishnamurti)
La prima ed ultima libertà (J. Krishnamurti)

Come insegna la tradizione buddhista (specialmente le scuole del Mahayana), la libertà, o natura di Buddha, è già presente, ma non la vediamo.

Il sottile insegnamento di Krishnamurti ruota intorno a questo asse cruciale: non c’è una ‘liberazione nel futuro’ (definizione che evoca la nozione di tempo psicologico e allontana dalla presenza mentale), ma esiste soltanto il momento presente, che è senza tempo, che è già libertà.

Questa relazione tra momento presente e libertà la ritroviamo nelle parole del maestro Zen Suzuki Roshi:

Se andate alla ricerca della libertà, non potete trovarla.

La libertà assoluta stessa dev’essere presente già prima che voi possiate ottenere la libertà assoluta.

Nello stesso modo Krishnamurti è solito ripetere: “Il primo gradino è l’ultimo gradino”.

Egli si rende conto che parlare di libertà può diventare un’oziosa speculazione su teorie o ideali, una stagnante proliferazione del pensiero.

I suoi libri non espongono concetti (ne siamo già pieni) ma comunicano l’urgenza di vedere, di trasformare se stessi, di assaporare quel ‘frutto prezioso’, quell’‘incommensurabile qualcosa’.»

FINE.

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