Possiamo adottare le pratiche orientali? Si, ma senza scimmiottarle! (Jung e l’Oriente)

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Meditazione Oriente Jung

Oriente e Occidente: due “modi” della psiche necessari l’uno all’altra

Anche in questo post lasceremo subito la parola direttamente a Jung.

Tra l’articolo troverai alcuni libri scelti inerenti al tema, alcuni di Jung stesso, che ho deciso di inserire  per chi volesse approfondire (già, perché di certo un post sul web non può esaurire discorsi così complessi come questo!)

Ti segnalo subito un primo bonus che puoi scaricare. È un piccolo estratto pdf relativo all’esperienza del viaggio in India di Jung (preso dall’autobiografia):

📥  Jung e il suo viaggio in india. Resoconto estratto dall’autobiografia [ scarica il pdf ]

Come risolvere problemi
Il segreto del fiore d’oro. Un libro di vita cinese (Jung & R.Wilhelm)

🔎 LEGGI: Psicologia della falsa spiritualità che inflaziona la psiche. Cos’è il Bypass Spirituale?

Premessa introduttiva

(di Emanuele Casale)

Uomo occidentale, la tua paura dell’Oriente è paura di dormire o di svegliarti?
(Machado y Ruiz Antonio, Poesie sparse)

Le pratiche orientali (tecniche di meditazione, mantra, saggezza antica, ecc…) sono tesori antichissimi quanto l’umanità e di un valore inestimabile.

Sempre più il nostro mondo occidentale si è affacciato a questo versante orientale con curiosità e con una certa spasmodica – quanto nevrotica – sete di spiritualità.

Questa spinta è stata di certo un bene, giacché abbiamo avuto modo di metter mani su testi, tradizioni, pratiche e tecniche tarate nel corso dei millenni che sono risultate di un’efficacia indubbia sia sul versante scientifico (vedi i migliaia di studi clinici sugli effetti psicofisici della meditazione) sia sul versante soggettivo relativo ad un maggiore benessere interiore, spirituale, psichico.

Guru pratiche orientali scimmiottare

È nota, però, una certa inflazione dell’uomo medio occidentale che, dimenticando il suo essere occidentale fin nel midollo, abbraccia le pratiche orientali illudendosi (inflazionandosi) di poter essere egli stesso “un po’ orientale”.

Si può perfino sentire persone che affermano di essere diventate Buddhiste, Hindù, Shintoiste, e via dicendo. Ovviamente lo sono diventate “per scelta”, dimenticando così il 90% della loro costituzione psichica che non ha nulla a che vedere con la coscienza nelle questioni così “fondanti” il nostro essere e la nostra direzione spirituale…

Che significa – per un occidentale – diventare buddhista, shintoista, taoista, induista, per scelta?

In termini prettamente psicologici non significa un bel niente! È un’inflazione. Col termine inflazione in psicologia si indica uno spostamento – in tal caso del complesso dell’Io – in confini che non gli sono proprio, a cui non appartiene ancora, illudendosi invece del contrario.

L’io può sempre pensare tutto ciò che vuole, raccontarsela all’infinito, senza tener conto che la base su cui poggia – cioè la sua matrice inconscia – può pensarla in maniera del tutto diversa.

Un occidentale non potrà mai auto-dichiararsi Buddhista o Induista (o simili) se è nato qui, se è cresciuto e costituitosi da generazioni a partire dalla cultura occidentale prettamente intrisa di tutt’altre tradizioni culturali-religiosi, in quanto l’inconscio personale – che è autonomo – produrrà e sarà costituito da matrici occidentali – e cristiane – fin nel midollo, e quindi l’inconscio in tal senso produrrà sempre dinamiche e simbologie tipicamente cristiane. Prove cliniche a tal riguardo sono riscontrabili anche in bambini o adulti che nascendo in un tipico contesto religioso-culturale emigrano in altri continenti e continuano però a produrre autonomamente simboli e dinamiche della loro cultura di origine.

Integrare le pratiche orientali, non considerando le proprie premesse inconsce prettamente occidentali, equivale a scimmiottare con qualcosa che non ci appartiene, che non è nostro in termini culturali e psicologici.

Per integrare realmente le pratiche orientali è necessario partire dalle premesse della propria costituzione psichica culturale prettamente da occidentale. Il nostro inconscio da occidentali è altamente intriso di simboli e miti tipicamente occidentali, e questo è un fatto che nessun “io decido, io voglio così” può levarci via.

Jung e l'oriente
Jung e l’Oriente (a cura di A.Romano)

Di seguito, negli estratti di Jung, capiremo meglio nel dettaglio il perchè di questa impossibilità.

Pur ritenendo importantissime e indispensabili le pratiche orientali, Jung spiega qui – in termini prettamente psicologici – l’importanza di rimanere ben saldi alle premesse culturali occidentali in cui nasciamo, e da cui non potremo MAI alienarci, soprattutto quando decidiamo di affacciarci e abbracciare tecniche e pratiche di mondi a noi “lontani” (seppur così vicini se considerati da una prospettiva di inconscio collettivo).

Per finire è bene sottolineare dunque come Jung sia a favore dell’integrazione e della conoscenza, per noi occidentali, del mondo orientale, ma appunto con doverose sottolineature…

BUONA LETTURA!


La parola a Jung sulle pratiche orientali

Psicologia Oriente Jung
Jung indica il centro di un Mandala

«Lacoscienza occidentale non è affatto l’unico tipo di coscienza possibile; è invece condizionata storicamente e geograficamente limitata, ed è rappresentativa di una parte soltanto dell’umanità.

L’ampliamento della nostra coscienza non deve andare a scapito di altri tipi di coscienza, ma deve effettuarsi attraverso lo sviluppo di quegli elementi della nostra psiche che sono analoghi alle proprietà di quella orientale, a noi estranea, così come l’Oriente non può fare a meno della nostra tecnica, scienza e industria.»
(C.G.Jung – Commento all’antico testo cinese “Il segreto del Fiore d’Oro”, p.77)

«Il metodo occidentale mira a una restaurazione dell’integrità e della pienezza della vita, di ciò che il cinese chiamerebbe “cuore”, la sede dello spirito cosciente e della conoscenza che deriva dai sensi, dalle passioni e dalle loro proiezioni.

Al contrario, il metodo orientale mira a riassorbire nell’essere la vita, in una specie di “ipercoscienza” dove l’essere sia sottratto al disperdersi e perdersi nell’illusione dell’oggettivazione.

Jung oriente
La saggezza orientale (Jung)

Nella meditazione non si realizza la pienezza dell’unione degli opposti, le “nozze sacre” rappresentate come immagini terminali del processo di individuazione, ma la “non lieta non triste” serena luce che nasce dall’essersi sottratti al gioco degli opposti e del loro reciproco fecondarsi.»
(Nota finale di Augusto Vitale al Commento di Jung all’antico testo cinese “Il Segreto del Fiore d’Oro”)

«L’acquisire una maggior familiarità con lo spirito orientale potrebbe indicare simbolicamente l’inizio di una nostra presa di contatto con le parti di noi che ci sono ancora estranee.
Il rinnegare le nostre peculiari premesse storiche sarebbe pura follia e il miglior modo per un ulteriore sradicamento, perchè è solo restando saldamente ancorati al nostro terreno che possiamo assimilare lo spirito dell’Oriente.»
(C.G.Jung – Commento all’antico testo cinese “Il segreto del Fiore d’Oro”, p.70)

«Ho il sospetto che i filosofi orientali siano psicologi simbolici, ai quali non si potrebbe fare torto maggiore che prenderli alla lettera.»
(C.G.Jung – ibidem, p.71)

Jung oriente aforisma « (…) Non ci sarebbe errore più grande che proporre direttamente all’uomo occidentale la pratica cinese dello yoga, che andrebbe semplicemente a rafforzare la sua volontà e la sua coscienza di fronte all’inconscio, ottenendo proprio l’effetto che si sarebbe voluto evitare, quello cioè di accrescere la nevrosi. Non si insisterà mai abbastanza sul fatto che noi non siamo orientali, e perciò in queste cose partiamo da una base completamente diversa. (…)

Questa via è consigliabile solo in quei casi in cui la consapevolezza ha raggiunto un livello abnorme e si è quindi allontanata dall’inconscio in misura eccessiva. Nulla di più sbagliato del voler intraprendere questa via con nevrotici che sono malati per un’eccessiva prevalenza dell’inconscio.»
(C.G.Jung – ibidem, p.37)

« (…) la dottrina dello yoga respinge tutti i contenuti fantastici, e noi facciamo lo stesso; ma l’Oriente lo fa per ragioni del tutto diverse. (…)

L’Oriente PUO’ respingere queste fantasie, poiché già da lungo tempo ne ha estratto l’essenza e l’ha condensata nelle profonde dottrine della sua saggezza.

La psicologia del Kundalini Yoga. Seminari di Jung, 1932
La psicologia del kundalini-yoga (Seminario del 1932)

Noi però non abbiamo mai avuto esperienza di queste fantasie, né tantomeno ne abbiamo estratto una quintessenza. Ci resta ancora un buon tratto di esperienza da recuperare, e solo quando avremo trovato un senso nell’apparente non-senso potremmo sceverare ciò che è valido da ciò che è privo di valore.

Possiamo già fin d’ora essere sicuri che l’essenza delle nostre esperienze sarà ben diversa da quella che ci offre oggi l’Oriente. L’Oriente è giunto a questa coscienza delle cose interiori mantenendo un’infantile ignoranza del mondo esterno. Noi invece sonderemo i recessi della psiche sorretti da una vastissima conoscenza della storia e della scienza.

Al presente tuttavia la conoscenza del mondo esterno costituisce il più grande ostacolo all’introspezione, ma il bisogno spirituale supererà ogni impedimento. Stiamo infatti già lavorando all’elaborazione di una psicologia, di una scienza cioè che ci fornisce la chiave per quella dimensione in cui l’Oriente è riuscito a penetrare solo attraverso stati psichici eccezionali.»
(C.G.Jung – ibidem, p.62)

Oriente e Occidente Rene Guenon
Oriente e Occidente (René Guénon)

«Se riuscissimo a innalzare a dignità pari a quella raggiunta dall’intelletto un’altra o ancora una terza funzione dell’anima, l’Occidente potrebbe allora a buon diritto superare l’Oriente di notevole misura. Per questo è così penoso vedere l’europeo rinunciare a sé stesso e imitare in modo affettato l’Oriente. Egli invece avrebbe possibilità di realizzazione molto maggiori se, restando fedele a sé stesso, sviluppasse dalla propria indole e dalla propria natura tutto ciò che l’Oriente ha generato nel corso dei millenni.»
(C.G.Jung – ibidem, p.33)

« (…) Chi tuttavia volesse sminuire i meriti della scienza occidentale, segherebbe il ramo su cui poggia lo spirito europeo. La scienza è uno strumento senza dubbio imperfetto, ma di valore inestimabile e superiore; provoca danni solo quando pretende di essere fine a sé stessa.

La scienza deve servire, e sbaglia quando vuole usurpare un trono. Anzi ciascuna scienza deve servire le altre discipline a essa coordinate in quanto ognuna abbisogna, proprio per la sua insufficienza, dell’appoggio di tutte le altre.

La scienza è lo strumento dello spirito occidentale, e con essa si possono aprire più porte che non le sole mani. Essa appartiene al nostro modo di intendere, e ottenebra la nostra conoscenza solo quando attribuisce valore assoluto al tipo di comprensione suo proprio.

L’Oriente ci apre invece una via diversa di comprensione, più ampia, più profonda ed elevata: la comprensione attraverso la vita» (C.G.Jung – ibidem, p.30)

Jung Oriente

«Eravamo abituati a che l’inconscio ci facesse entrare in questo processo [di individuazione] 📝 in modo molto graduale, con ogni sogno che ci rivelava qualcosa di più sul processo, ma l’Oriente ha lavorato su queste tecniche di meditazione per molti secoli e ha quindi raccolto molti più simboli di quanti noi ne possiamo digerire.

L’Oriente, per di più, è troppo superiore rispetto alla nostra realtà quotidiana e mira al nirvana invece che alla nostra vita reale, tridimensionale.”
(Barbara Hannah in “C.G.Jung: Vita e Opere”)

In seguito al suo viaggio fatto in India, Jung scrisse:

« (…) Evitai invece attentamente d’incontrare i cosiddetti “santoni”, e ciò perchè dovevo elaborare la ia verità, e non accettare da altri ciò che non avrei potuto raggiungere con le mie forze. Mi sarebbe parso un furto se avessi appreso dai santoni la loro verità per farla mia. La loro saggezza appartiene a loro, e a me appartiene soltanto ciò che procede da me stesso. Come europeo non posso prendere nulla in prestito dall’Oriente, ma devo plasmare la mia vita da me stesso, secondo quanto mi suggerisce il mio intimo o mi apporta la natura.»
(Jung, inRicordi, Sogni, Riflessioni)

«L’istinto di imitazione da un lato e dall’altro una bramosia veramente morbosa di appropriarsi di piumaggi altrui per camuffarsi esoticamente, inducono un numero troppo grande di persone a buttarsi su motivi “magici” di questo genere per farne un uso esterno, come di una pomata.

Si fa di tutto, anche le cose più strane, pur di sfuggire alla propria anima.

Si compiono esercizi di Yoga indiano di qualsiasi osservanza, si seguono regimi alimentari, si impara a memoria la teosofia, si ripetono testi mistici della letteratura mondiale, tutto, perché non si sa affrontare sé stessi, e perché a gente simile manca ogni fiducia che dalla loro anima possa scaturirne qualcosa di utile.

Così gradatamente l’anima è diventata quella Nazareth dalla quale non può nascere nulla di buono; per questa ragione la si va cercando ai quattro venti, e quanto più è lontana e bizzarra meglio è.

Non vorrei naturalmente disturbare tali persone nei loro svaghi, quando però c’è qualcuno che aspira a essere preso sul serio, ma è così accecato da ritenere che io applichi metodi o dottrine yoga e forse addirittura che io faccia disegnare mandala ai miei pazienti per poterli portare “al punto giusto”, allora mi sento costretto a protestare e a rinfacciare a costoro di aver letto i miei libri con una mancanza d’attenzione veramente imperdonabile.»

«Indosseremo, come fosse un abito nuovo, simboli belli e fatti, cresciuti su un suolo straniero, imbevuti di sangue straniero, espressi in lingue straniere, nutriti di cultura straniera, incorporati in una storia straniera?

Mendicanti rivestiti di panni regali, monrachi travestiti da mendicanti? È senza dubbio possibile. Ovvero esiste in noi qualcosa che ci impone di non abbandonarci a una simile mascherata, e magari anche di cucirci da noi il nostro abito?

Sono convinto che il crescente impoverimento di simboli ha un senso, che questo sviluppo ha una sua intima coerenza. Tutto ciò di cui non ci si dava pensiero, e che perciò è rimasto privo di un nesso coerente con la coscienza nella sua evoluzione, è andata perduto.

Se cercassimo di coprire la nostra nudità con sfarzosi abiti orientali, come fanno i teosofi, saremmo infedeli alla nostra storia; non ci si riduce prima alla mendicità per poi posare da re indù da teatro.

Sarebbe molto meglio, mi sembra, riconoscere decisamente la nostra povertà spirituale, conseguente alla mancanza di simboli, anziché arrogarci un’illusoria ricchezza della quale assolutamente non siamo eredi legittimi.

È ben vero che siamo gli eredi legittimi del simbolismo cristiano, ma abbiamo in certo qual modo sperperato questa eredità. Abbiamo lasciato crollare la casa che i nostri padri hanno costruito e ora cerchiamo di fare irruzione in palazzi orientali che essi non hanno mai conosciuto.

Chi ha perduto i simboli storici e non può accontentarsi di “surrogati”, si trova oggi, è indubbio, in una situazione difficile: dinanzi a lui si spalanca il nulla, da cui si ritrae impaurito, angosciato.»
(C.G.Jung – Gli archetipi dell’inconscio collettivo (1934-1954), Opere, 1980, vol. IX, 1. P.13)

FINE!


Bibliografia consigliata:

  1. Jung e l’Oriente (a cura di Augusto Romano)
  2. La saggezza Orientale (C.G.Jung)
  3. La psicologia del Kundalini Yoga. Seminario di Jung
  4. Il tao della fisica (Fritjof Capra – fisico)

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6 Commenti

  1. Giustissime le considerazioni e le indicazioni di Jung. Non solo è meglio non scimmiottare nessuno, ma non ce ne è nemmeno bisogno. A meno che la tendenza a scimmiottare non sia un tratto nevrotico della persona che lo fa, e non un effetto collaterale dell’ignoranza. Per esempio: se non si ha bisogno di inginocchiarsi in una forma di alienazione religiosa che sostituisce inconsapevolmente quella cattolica di respinta provenienza e ci si avvicina al buddhismo andando ad attingere alla fonte, cioè ai discorsi di Buddha, si scopre una analisi psicologica dell’origine del dolore umano di sorprendente finezza e universalità: il rapporto tra sofferenza e desiderio attraverso la trasformazione patologica del desiderio, l’indicazione di un rientro in sé come primo passo per un recupero di sanità, l’indicazione di usare l’aggressività psichica per determinare un distacco necessario per non perdersi in dolori invivibili o desideri irrealizzabili sono elementi che hanno validità universale, seppure le modalità, le forme, le lingue possano essere diverse a seconda delle culture. Voglio dire: si può leggere Buddha come il primo grande psicologo-psicoterapeuta dell’umanità, perché questo era, un medico dell’anima disinteressato ai discorsi astratti e alle religioni.
    O ancora: se si riconosce l’importanza delle due fondamentali indicazioni freudiane di attenersi al qui ed ora del rapporto (analisi del transfert e cotransfert) e di usare un tipo di attenzione meditativa (attenzione fluttuante), e si fa di queste due indicazioni uno stile di vita a prescindere dalla loro applicazione ristretta alla situazione analitica si stanno anche seguendo due delle indicazioni fondamentali di Buddha (la necessità della presenza a se stessi e la pratica della meditazione senza oggetto), che verranno con particolare forza sviluppate dal movimento di pratica e teoria buddhista detto Zen.
    Insomma, forse bisogna fare il contrario che scimmiottare: non trovare nessun fascino nell’adottare abiti fisici, comportamentali e mentali di culture lontane dalla nostra, e cercare invece i contenuti, le analisi, le proposte, tradurli nella propria lingua, e magari, parlando, nel proprio dialetto. Le vere scoperte che riguardano certe tendenze su base probabilmente genetica di specie sono valide sia in occidente che in oriente, e anche alcune idee e prospettive di pensiero hanno una loro universalità. Per dire: Schopenhauer, a cui la psicoanalisi deve molto, amava le Upanishad, e oltre all’induismo capiva e condivideva il buddhismo, ma non si è vestito di arancione né si è messo a recitarecome preghiere i testi che pur apprezzava, bensì ha usato alcune idee fondamentali condivise per formulare una potente teoria filosofica occidentale per tradizione e linguaggio.

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