«Non esiste una definizione di disturbo mentale» afferma il capo redattore del DSM-IV

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Diagnosi Psicologia

DSM. Il manuale diagnostico
delle “bufale” (pseudo) scientifiche

“Non esiste una definizione di disturbo mentale. E’ una stronzata!”.

Così ha dichiarato il dottor Allen Frances, il capo redattore del D.S.M.-IV.

“Al momento non conosciamo le cause di praticamente nessun disturbo mentale.”

rincara Darrell Regier, direttore delle ricerche dell’A.P.A. e presidente della Task Force per il D.S.M.-V.

Due tra le massime autorità a livello mondiale della psichiatria affermano chenon esiste una definizione di disturbo mentale e che non conosciamo le loro cause.

Questa affermazione, oltretutto in modo incongruente, viene confermata dallo stesso D.S.M. che nell’introduzione riporta:

“Sebbene in questo manuale venga definita una classificazione dei disturbi mentali, si deve ammettere che nessuna definizione specifica adeguatamente i confini precisi del concetto del disturbo mentale”.

Ho recuperato l’intervista ad Allen Frances pubblicata su Panorama il 7 Novembre 2013, che ad oggi è introvabile in quanto è stata cancellata dallo stesso sito di Panorama.

Eccola qui di seguito.

Allen Francesc DSM Primo non curare chi è malato
Primo, non curare chi è normale. Contro l’invenzione delle malattie (A.Frances)

Cari psichiatri, smettetela di curare chi non è malato!

Intervista ad Allen Frances, autore di un libro molto critico sugli eccessi della moderna psichiatria, che spiega perché le diagnosi sbagliate possono provocare gravi danni

Malattie inventate, epidemie di disturbi mentali inesistenti, psicofarmaci prescritti come fossero acqua fresca… Allen Frances, un influente medico psichiatra americano che è stato per anni un protagonista “ortodosso” della sua disciplina, le rivolge ora accuse molto severe. In Primo, non curare chi è normale, in uscita questa settimana per Bollati Boringhieri, dipinge un quadro allarmante ma assai credibile di come vengono trattati oggi i disturbi mentali. Alla radice di tutto, secondo Frances, c’è il modo in cui vengono stabiliti i criteri per fare le diagnosi di malattia. La guida per gli psichiatri è il DSM, il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, di cui sta per uscire in Italia la quinta edizione. Se basta poco per essere definito malato, alla fine di normale non ci rimane quasi più nessuno.
Per Panorama.it abbiamo intervistato Frances.

Lei può quasi essere considerato un “pentito” della psichiatria: come hanno reagito i suoi colleghi alle sue scelte e alle sue opinioni?
Io sono leale prima di tutto nei confronti dei miei pazienti e del loro benessere, non dell’American Psychiatric Association o del DSM 5. Dunque, per me è stata una responsabilità inevitabile diventare un “pentito”, per proteggere il pubblico dal fenomeno dell’eccesso di diagnosi incoraggiato dal DSM 5 e dall’uso esagerato di farmaci psichiatrici che di sicuro ne conseguirebbe.
La reazione ai miei sforzi da parte dei medici e del pubblico è stata molto positiva. Gli unici a non essere d’accordo con le mie critiche al DSM 5 sono gli esperti che ci hanno lavorato. Le loro intenzioni sono buone, ma gli esperti sembrano perdere il buon senso quando si tratta di prendere decisioni che influiscono sul loro minuscolo settore d’interesse. Vogliono in continuazione espandere i confini delle loro malattie preferite, e non si preoccupano mai del rischio di affibbiare un’etichetta di disturbo mentale a persone che non sono affatto malate. Le scelte sbagliate nel DSM 5 provengono proprio da questo tipo di conflitto di interesse intellettuale, finanziario come è stato detto in modo impreciso e ingiusto da qualcuno.

Lei ha descritto il processo con cui è stato scritto il DSM in un modo che ai non esperti pare del tutto arbitrario: un circolo ristrettissimo di persone decide che cosa è una malattia e che cosa no sulla base quasi unicamente della loro opinione. La medicina psichiatrica non dovrebbe basarsi su prove scientifiche?
È importante capire che anche il processo di definizione delle malattie nel resto della medicina è problematico quasi quanto in psichiatria. Spesso non c’è un confine netto tra normalità e malattia. A che livello di pressione si diagnostica e si cura l’”ipertensione”? Che grado di perdita di densità ossea è “osteoporosi”? Quanto glucosio nel sangue indica “diabete”? Test di screening sempre più precoci e una soglia ridotta per definire che cosa è malattia hanno causato seri problemi di eccesso di diagnosi e di trattamenti in tutte le specialità mediche. L’esempio più lampante è lo screening per il tumore della prostata, che fino a poco tempo fa era raccomandato a tutti gli uomini oltre una certa età. È venuto fuori che non serve a far vivere di più, ma che produce trattamenti aggressivi non necessari e dannosi. Ora lo screening per la prostata è raccomandato solo a chi è ad alto rischio. La medicina basata sulle prove è estremamente preziosa ma difficile, perché le prove molto spesso sono incomplete e soggette a varie interpretazioni. La buona notizia è che la maggior parte delle specialità mediche negli Stati Uniti ha finalmente realizzato che le diagnosi e le terapie sono andate fuori controllo e partecipa a un programma chiamato Choosing Wisely (scegliere con accortezza) per educare medici e pazienti a un approccio più cauto e conservatore alla diagnosi e alle cure in tutta la medicina. Suggerisco che i lettori di Panorama.it si informino su Internet .

Le sue critiche più severe vanno al DSM, il principale strumento della psichiatria contemporanea, descritto come un buon progetto andato fuori rotta. Riassumerebbe i motivi per cui questo è avvenuto?
Parte del problema dell’eccesso di diagnosi deriva dal fatto che le definizioni del DSM sono troppo lasche. Ma il grosso dell’espansione è il risultato della campagna di marketing imponente e fuorviante dell’industria farmaceutica, che negli Stati Uniti è diretta non solo ai medici ma anche al pubblico (attraverso l’uso di pubblicità in televisione, sulla stampa e su internet). Le industrie farmaceutiche “vendono” malattie per vendere pillole. Non si tratta solo di come le definizioni sono scritte, è il modo in cui il loro uso viene distorto nella pratica.

Come dovrebbero essere fatte oggi le diagnosi psichiatriche, secondo lei?
Con cautela. La maggior parte dei medicinali per i disturbi psichiatrici viene prescritta da esperti che non sono psichiatri, con poca formazione e poco tempo a disposizione. Una diagnosi accurata può fare del gran bene, una sbagliata può causare un gran danno. Accettare una diagnosi e una cura è nella vita di una persona un momento importante quanto l’acquisto di una casa. Questo comporta che per una diagnosi serve tempo: tempo di durata di una visita, e più visite. E il tempo più lungo prima di una diagnosi dovrebbe trascorrere per le persone con problemi lievi che spesso migliorano da soli, e per i bambini. Troppi bambini stanno prendendo farmaci psichiatrici di cui non hanno bisogno.

E riguardo alle cure: considera la psicoterapia un buono strumento? Dovrebbe essere offerta insieme ai farmaci?
La psicoterapia dovrebbe essere la prima linea di trattamento per problemi da lievi a moderatamente gravi. I farmaci sono necessari solo per problemi da moderati a gravi e per quelli che continuano a causare difficoltà a una persona, nonostante la psicoterapia.

Il mantra ripetuto anche dai media è che c’è un’esplosione di disturbi mentali. Lei spiega che le statistiche sono gonfiate e che i numeri sono anche una conseguenza di come vengono fatte le diagnosi: c’è modo, allora, di avere dati «veri» sui disturbi mentali?
È difficile, perché gli studi epidemiologici richiedono campioni molto ampi di popolazione. Per ridurre i costi, le interviste per questi studi vengono fatte da persone non esperte che non hanno modo di giudicare se i sintomi che riportati dagli intervistati sono gravi abbastanza da avere un significato clinico. Il tasso di prevalenza annuale per i disturbi mentali si ritiene sia il 25 per cento negli Stati Uniti (e quasi altrettanto in Europa). Ma per via di come questi studi sono falsati, è più da considerare un limite superiore che un tasso reale. La mia ipotesi è che alla massimo il 5-10 per cento della popolazione abbia sintomi che richiedono una diagnosi e una cura. Il terribile paradosso è che stiamo trattando eccessivamente persone con problemi lievi che non ne hanno bisogno e trascurando quelli con i problemi gravi che invece avrebbero bisogno di cure.

Quali sono i rischi maggiori che vede per il futuro?
La pubblicazione del DSM IV ha coinciso con l’epidemia di diagnosi di disturbo da deficit dell’attenzione, autismo, e disturbo bipolare. Le nuove diagnosi introdotte dal DSM 5 (e il fatto che abbia abbassato la soglia per le categorie di disturbi già esistenti) minaccia di trasformare la già problematica inflazione di diagnosi e in un’iperinflazione del tutto fuori controllo. Nel DSM 5, il normale lutto diventa “disturbo depressivo maggiore”; avere paura di avere il cancro diventa “disturbo da sintomi somatici”; le dimenticanze degli anziani “disturbo neurocognitivo minore”; le bizze dei bambini “disturbo da contenimento della rabbia”; abbuffarsi una volta la settimana “disturbo da alimentazione incontrollata”; e presto avremo tutti il “disturbo da deficit dell’attenzione”.

Vede una via d’uscita?
Io credo che il fenomeno dell’eccesso di diagnosi in medicina e in psichiatria abbia raggiunto il massimo, e che presto si troverà rimedio. L’industria farmaceutica è oggi un Golia che sembra incontenibile nella sua capacità di vendere le malattie. Ma l’industria del tabacco era potente allo stesso modo venticinque anni fa, e oggi è stata in larga parte domata. Quel che è giusto qualche volta vince. La cosa giusta oggi è fornire cure migliori a chi davvero ne ha bisogno e smettere di darle inutilmente chi non ne ha.

FINE. 


📘 Qui un libo di Allen Frances, dove spiega nel dettaglio l’imbarazzante situazione e la smania diagnostica odierna che è sempre più basata su un’infondatezza dei dati scientifici ed empirici, nonchè epistemologici:

Allen Francesc DSM Primo non curare chi è malato
Primo, non curare chi è normale. Contro l’invenzione delle malattie (A.Frances)

Di cosa parla il libro?

Considerato dagli psichiatri di tutto il mondo il testo imprescindibile di riferimento, il DSM (Diagnostic and Statistical Manual), pubblicato dalla American Psychiatric Association e tradotto in decine di lingue, è la fonte primaria che definisce il limite tra ciò che è normale e ciò che è patologico in relazione alla psiche. Passato attraverso quattro edizioni, il manuale è giunto ora alla quinta stesura, il DSM-5, ma questa volta la pubblicazione ha scatenato feroci e allarmanti polemiche.

A capo dei critici più agguerriti si trova Alien Frances, l’autore di questo libro, scienziato autorevole e psichiatra tra i più apprezzati, che sa bene di cosa parla, dal momento che proprio lui aveva diretto la redazione del precedente DSM-IV.

Secondo la sua analisi, precisa e convincente, la nuova edizione del manuale diagnostico rischia di fare più male che bene. L’impostazione del volume allarga infatti a tal punto lo spettro delle patologie psichiche da lasciare ben poco spazio alla “normalità”, che quasi scompare.

Siamo tutti malati: un regalo alle industrie degli psicofarmaci e una resa di fronte alla crescente medicalizzazione della società, divenuta sempre meno capace di gestire serenamente fenomeni comuni, che sono sempre esistiti, come il lutto, l’invecchiamento o la naturale vivacità dei giovani.

Si moltiplicano invece le diagnosi di patologie per ogni comportamento, perdendo in questo modo la visione pluralista dell’universo psichico…


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Emanuele Casale (Admin Jung Italia)
Fondatore del Jung Italia. Psicologo Clinico. Originario di Salerno, vivo a Roma. Fin dall'età di 14 anni ho iniziato ad interessarmi alla filosofia occidentale e orientale e all'età di 17 anni scopro Jung. A 21-22 anni iniziano le mie attività di pubblicazioni tramite riviste di psicologia e interventi in qualità di ospite o relatore presso convegni e seminari di psicologia. Nel 2012 conosco in Svizzera uno dei nipoti di Jung, e l'anno successivo mi concede un'intervista speciale in occasione della presentazione del "Libro Rosso" alla biennale di Venezia. Attualmente collaboro e lavoro come psicologo o studioso indipendente con associazioni, riviste scientifiche, scuole di psicoterapia e con diversi autori dell'ambito accademico e non. I miei studi d'approfondimento vertono sugli sviluppi odierni relativi alla psicologia complessa (analitica) e sulle ricerche inerenti il versante "Psiche e Materia".

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