La luce e lo sguardo. Il vedere che dà forma. Come ti guardo così ti plasmo (Omar Montecchiani)

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Sharbat Gula - Steve McCurry
volto di Sharbat Gula, fotografato da Steve McCurry

LA LUCE E LO SGUARDO

«Nell’amore gli occhi, lo sguardo, conservano il loro ruolo primitivo di strumento di comunicazione privilegiato. Lo sguardo consente di vivere qualsiasi esperienza…
Si può affermare che attraverso lo sguardo noi riusciamo a capire meglio le parole.»

(Aldo Carotenuto – Eros e Pathos: margini dell’amore e della sofferenza – Bompiani Edizioni, p.44)

(di Omar Montecchiani)

Quando i genitori “guardano” il proprio bambino giocare, correre, realizzare qualcosa di creativo, confermano il suo senso di sé. 

Egli cioè sente, attraverso l’attenzione amorevole e l’approvazione dell’Altro, di riconoscere il suo mondo interno, di appartenere a se stesso, essendo nel contempo riconosciuto dall’altrui sguardo.

Si percepisce come colui il quale è “degno di esistere”, a partire dall’amore che l’Altro manifesta per lui con la sua stessa presenza, mediata, nella distanza, attraverso l’osservazione; mamma (o papà) è li, laggiù: ma è anche qui, vicino a me, perché mi guarda.

[Sullo stesso tema potrebbe interessarti anche questo post: Amore abita la reciprocità dello sguardo. Gli occhi dell’amore. Psicologia e sguardo ]

Il riconoscimento oculare del genitore, conferma il sentimento del bambino di poter andare bene “così come egli è”, di poter essere ciò che sente di essere, in modo dunque “autentico”.

Plotino semplicità dello sguardo Pierre Hadot
Plotino e la semplicità dello sguardo (Pierre Hadot)

Come dice Wright, lo sguardo dell’Altro da forma alla materia oscura rappresentata nel bambino dalle sue stesse pulsioni viscerali, sensazioni corporee, emozioni potenti. Sommovimenti interni intensi e sconvolgenti, a volte, che egli non riesce né a circoscrivere, né a comprendere senza la presenza dell’Altro.

Quest’Altro, infatti, contiene e rinvia amorevolmente gli aspetti invisibili e incontrollabili della interiorità del piccolo, traducendoli sia attraverso il suo senso di protezione, e quindi trasmettendogli sicurezza; sia mediante il suo stesso riconoscimento. Riconoscimento che in questo caso viene comunicato con lo sguardo.

Bion, Stern, Winnicott e tanti altri psicoanalisti, hanno insistito molto sulla relazione e sul ruolo dell’Altro, come funzione evolutiva e formante rispetto alla identità del bambino.  

Da adulti, se a livello relazionale non si è stabilita una conferma progressiva di sé e allo stesso tempo una frustrazione ottimale della stessa, attraverso lo sguardo riconoscente e accettante da parte dei propri genitori (dell’Altro importante in generale), la persona andrà incessantemente in cerca di una conferma “esterna” del proprio valore interno, in una compulsione – in una coazione a ripetere direbbe Freud –, a partire dalla quale ella cercherà quello sguardo “originario” che gli è sempre mancato. 

Duane Michals
Duane Michals

Bisogna allora che diventi necessario affrontare il cono d’ombra che ci afferra e ci inghiotte, nel momento in cui lo sguardo dell’Altro si sottrae al nostro stesso sguardo, quando cioè egli disconferma la sua presenza rispetto al nostro bisogno di lui, abbassando i suoi occhi – o semplicemente non incontrando i nostri. 

Occorre diventare consapevoli che, nel buio che sembra assorbirci completamente quando l’attenzione dell’Altro ci manca (un buio interiore che può presentarsi, spesso, come un vuoto “divorante”), c’è sempre uno sguardo che continua a percepire quella notte che ci scava dentro, e che corrode la nostra anima.

Se ci ricordiamo di quando da piccoli la luce della nostra camera veniva a mancare – nonostante la paura del buio che sembrava inghiottirci, sembrava farci scomparire –, ci accorgeremo con un po’ di attenzione che noi non eravamo “scomparsi”, e che non è vero che non “vedevamo nulla”.

Nel momento in cui è buio, infatti, nonostante il disorientamento motorio e lo spaesamento emozionale, ci sono sempre “io” che percepisco quel buio, il buio stesso non sarebbe possibile senza di me.

Sguardo psicologia

È il nostro sguardo che soffre di quel nulla oscuro incarnatosi nel buio, o in quell’assenza di luce d’amore che, apparentemente, l’altro, da adulti, sembra ri-proiettare su di noi nel momento in cui ci guarda. Ci siamo sempre noi, all’interno della sensazione sgradevole e frustrante di non poter esistere senza lo sguardo accondiscendente e accogliente dell’altro. Anche ora, nel presente.

La luce che cerchiamo adesso, affannosamente, in altri occhi, è come quella di una stella oramai morta da milioni di anni, la quale ci illude della sua scintilla interna solo per un cortocircuito cognitivo e visivo insieme. 

Diventiamo dunque consapevoli del fatto che, è ancora il bagliore flebile ma presente del nostro stesso occhio, della nostra stessa anima cioè, che lascia emergere la tenebra, la quale permette a noi di subirne la pressione, di avvertirne il terrore. E cioè l’angoscia del bisogno d’amore originario.

Prendiamo coscienza che ogni ombra che ci circonda, è illuminata dal nostro stesso occhio.

Cadiamo dal buio che noi stessi illuminiamo (e che in fondo siamo), per diventare la luce che illumina se stessa.

Mio è lo sguardo, mia è la luce.

(di Omar Montecchiani – Counselor e Filosofo Licenza Creative Commons)


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Sguardo psicologia

Citazioni sullo sguardo:

«È necessario rendersi conto che lo sguardo che attribuiamo agli altri è il nostro stesso sguardo. Il mondo ci vede e ci percepisce in funzione di come ci vediamo e percepiamo.

Se ci sentiamo onesti, il mondo non metterà in dubbio la nostra onestà. Se ci sentiamo ladri, invece, attireremo su di noi il sospetto e la diffidenza.

È importante essere consapevoli del modo in cui percepiamo noi stessi, poiché è questo il nostro sguardo su noi stessi a determinare la qualità e il tenore dei nostri rapporti con il mondo.»
(Alejandro Jodorowsky – La risposta è la domanda)

«Solo chi non è del “mestiere” conserva quello sguardo limpido e fresco, senza ombre né pregiudizi, davanti al quale le cose rivelano spontaneamente il loro segreto.»
(Pietro Citati – da La nobile arte dell’imparare, la Repubblica, 9 febbraio 1997, p. 28)

«Qualcuno in questo universo
Continua a sognarci
A pensarci
a immaginarci.
È un’antica convinzione, un radicato mitologema.
Non siamo mai soli…
Nella piu profonda solitudine, connettendoci al Sè,
entriamo in quel mondo immaginale che produce un reale contatto con l’Altro.
Molto spesso è solo da qui che possiamo accarezzare i cuori di altri
In questo mondo immaginale noi possiamo visualizzare
quei nodi d’amore mai dato
di quelle persone a cui siamo da sempre legati.»

(Emanuele G. Casale – 25/10/2015 Pescara Licenza Creative Commons


LIBRI CONSIGLIATI

L’autore dell’articolo consiglia questo libro sul significato reale dello “sguardo”. Idea centrale del libro è che il vedere dà forma

Visione e Separazione madre bambino

“Visione e separazione. Tra Madre e Bambino” – Kenneth Wright 

 

Di cosa parla il libro:
“L’idea che il vedere dà forma è centrale in tutto il libro. Questo libro è la fora che può essere vista di ciò che prima era soltanto sentito, ma non chiaramente formato. Vedere è forare, e l’idea che il Sè, in quanto entità concepibile con la mente, è forato – o deformato, o ri-formato – nel luogo in cui la visione dell’Altro incontra la sostanza sentita della persona, è una parte importante della mia tesi. La terapia, secondo questo punto di vista, è un processo che consiste nel forare, nel trovare forme per il Sè…”
(Kenneth Wright)


 

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