Credere non serve a nulla, fare esperienza è la vera via. Il credere preclude l’esperire

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Buddha Credere Gautama Siddharta

Credere non serve a nulla,
mette fuori campo l’esperienza diretta

(di Emanuele Casale)

La parola credere proviene dal latino e sta a significare “prestare fede”, “affidare”.

In tale accezione il termine indica un far proprio qualcosa di cui non si è fatta ancora esperienza, e spesso continuare a “credere” in qualcosa oltremodo porta a non fare MAI esperienza diretta ed effettiva di quel qualcosa.

Umberto Galimberti nel suo bellissimo libro Il segreto della domandaci ricorda ciò con un esempio:

“se sono a conoscenza del fatto che 2 + 2 fa 4, allora non ho bisogno di crederci, perché lo so e basta.”

Il credere preclude la possibilità di esperienza. Serve – forse! – in certi momenti di passaggio, necessari, che devono – o dovrebbero – essere puntualmente maturati, trasformati, portati ad esperienza.

Paolo Legrenzi - Credere
Credere (Paolo Legrenzi)

Anche l’esperienza effettiva e diretta del [simple_tooltip content=’l’esperienza peculiare, extra-razionale, di una presenza invisibile, maestosa, potente, che ispira terrore ed attira: tale esperienza costituirebbe l’elemento essenziale del «sacro» e la fonte di ogni atteggiamento religioso dell’umanità’]numinoso*[/simple_tooltip], del sacro, del senso dello spirituale presente in ogni uomo e in ogni donna, sono assolutamente primari, vitali, e fermarsi semplicemente a “crederci”, in tale accezione, è come rimanere sempre in un grembo materno, protetti, custoditi, non esposti all’esperienza reale e forte di queste realtà profonde:

se “credo”, non ho bisogno di esperire, mi va bene “credere”, ciò mi basta, perché dovrei esperire ciò in cui già credo?

Conosciamo decine e decine di persone nella nostra vita, ad esempio, che hanno sempre detto “io credo in Gesù Cristo”“io credo nelle vie orientali”, “io credo nella psicologia” (come se fosse una filosofia o una religione 😀 ), “io credo io credo io credo e blablablabla…”. 

Credono soltanto in nomi, in etichette vuote,  nel nominalismo culturale: nei concetti vuoti che non riempiono il cuore tramite la viva esperienza.

Wayne Dyer - Credere per vedere
Credere per vedere (W. Dyer)

Vi è a volte così poca esperienza umana e senso dell’umano in questi vacui credere, che forse più che vacui (vuoti, dove qualcosa può nascere) sono in realtà dei niente, sono nientificazioni, cioè nientificano l’esperienza, l’annullano.

Jung in un’intervista del 1959 con John Freeman per la BBC (qui il link del libro dove è riportata) ebbe a dire una sentenza davvero meravigliosa che rifletteva un suo atteggiamento d’alta umiltà e che era parte della sua costituzione psichica:

«Io non “credo”; devo trovare una ragione a sostegno di una certa ipotesi.  Oppure so una cosa, e allora la so, e non ho bisogno di crederci.  Io non mi permetto, per esempio, di credere in una cosa per il gusto di crederci… Non ci riesco. Ma quando esistono sufficienti ragioni a favore di una certa ipotesi, allora l’accetto…naturalmente.»

[Puo interessarti anche l’articolo L’umiltà (quella vera) è la capacità di chinarsi per saper ricevere.]
Intervista Jung
Jung e John Freeman, per un’intervista per la BBC, Marzo 1959

L’insegnamento del Buddha: non credere a nulla!

Qui di seguito dei famosi versi del Buddha (Gautama Siddharta) sulla necessità del non credere a nulla:

“Non credere a quello che hai sentito,
 Non credere alle tradizioni che si tramandano da generazioni,
 Non credere in nulla di cui si parli da molto tempo,
 Non credere ad affermazioni scritte da un vecchio saggio,
 Non credere nelle ipotesi,
 Non credere nei maestri,
 negli anziani, nelle autorità;
 Ma se dopo attenta osservazione, analisi e pratica,
 ciò è ragionevole e di beneficio a tutti,
 accettalo e vivi d’accordo con esso”

(Dhammapada. La via del Buddha)

Dhammpada - la via del buddha

 

FINE.


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Emanuele Casale (Admin Jung Italia)
Fondatore del Jung Italia. Psicologo Clinico. Originario di Salerno, vivo a Roma. Fin dall'età di 14 anni ho iniziato ad interessarmi alla filosofia occidentale e orientale e all'età di 17 anni scopro Jung. A 21-22 anni iniziano le mie attività di pubblicazioni tramite riviste di psicologia e interventi in qualità di ospite o relatore presso convegni e seminari di psicologia. Nel 2012 conosco in Svizzera uno dei nipoti di Jung, e l'anno successivo mi concede un'intervista speciale in occasione della presentazione del "Libro Rosso" alla biennale di Venezia. Attualmente collaboro e lavoro come psicologo o studioso indipendente con associazioni, riviste scientifiche, scuole di psicoterapia e con diversi autori dell'ambito accademico e non. I miei studi d'approfondimento vertono sugli sviluppi odierni relativi alla psicologia complessa (analitica) e sulle ricerche inerenti il versante "Psiche e Materia".

7 Commenti

  1. Ovviamente esperire ha più valore che credere, ed eventualmente poi si crede a quel che dall’esperienza ci ha fatto fede. Infatti la radice etimologica di credere è Fede, e dato che attribuisco un valore conoscitivo notevole all’etimologia, le parole del Dhammapada assumono il pieno valore di insegnamento anche nella direzione di quel che si crede. Non nell’assunzione cieca di quanto ci è tramandato, ma nel metterlo alla prova.” dopo attenta osservazione, analisi e pratica”,possiamo usare liberamente il verbo credere. Provare per credere, recita il proverbio. Mi pare molto vicino alle parole di Jung.:nel “cercare le ragioni sufficienti a favore di una certa ipotesi”,l’etimologia fa pulizia delle tante opinioni che si sono incrostate sulle parole e non sono sperimentate nel presente.

  2. “Non credere a nulla fai esperienza Budda”

    Analizziamo la locuzione:

    “Non credere a nulla”

    Il “nulla” è l’insieme vuoto, ovvero l’assenza di qualunque cosa. Ne consegue che le locuzioni:

    “Non credere a nulla” (1)

    “credere a nulla” (2)

    sono logicamente equivalenti:

    “Non credere a nulla” “credere a nulla”

    Quindi non credere a nulla equivale a CREDERE AL NULLA, quindi già si crede in qualcosa.

    Conclusione: non credere a nulla è impossibile.

  3. Aver fede è, però, anche sinonimo di “fidarsi”, e la radice della parola fede è la stessa della parola fiducia.
    In questo senso la fede è prodromica ed essenziale al compiersi dell’esperienza. Il “non fidarsi” diventa invece patologico.

  4. Questo mondo non merita ne di essere conosciuto ne salvato. Certo credere come fidarsi ma come anche sperare o augurarsi sono vuote chimere che non significano alcunché e senza nessuna aderenza ontologica al reale per questo tentazioni psicologiche, che non creano un solo fatto. È pur vero che l interpretazione stessa dei fatti spesso e già fuorviata dalla credenza per cui si trovano fatti e prove per qualsiasi cosa a cui già si crede. Dunque l unico metodo epistemologico valido è quello sperimentale oppure logico tutti il resto se pur naturale non ha validità ne teoretica ne dimostrativa
    . La realtà in sè ci sfuggirà sempre, e quello che conosciamo con ragionevole evidenza e certezza di fa capire che questo mondo è questa vita non erano di certo preferibili al non essere.

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