“La coda del pavone”. La poetica alchemica di Matteo Cimenti

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Matteo Cimenti Poesia Pavone

Un inedito psico-poetico-alchemico per il Jung Italia!

A scrivere questa volta è Matteo Cimenti, classe ’76, musicista con studi di psicologia alle spalle. (per altre info sulla sua bio guarda l’autore giù al post)

Ti lascio subito alla lettura del contributo estratto dal suo libro di poesie intitolato “La coda del pavone”

BUONA LETTURA!

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Matteo Cimenti Poesia La coda del pavone

La coda del pavone

La poesia è […] un tranello della logica che distoglie momentaneamente il lettore dal pensiero giustificato (Matteo Cimenti)

Prefazione di Franco Fabbro

Normalmente non ci accorgiamo di essere qui, vivi, davanti al mistero del mondo. Corriamo indaffarati a guadagnare, comprare, cercare il successo e il dominio. Altri, forse migliori, s’impegnano a sostenere la vita. Penso alle madri che vivono nella luce dei bimbi che non crescono mai.

Sento che la poesia, per me così difficile, mi riporta davanti al mistero. Se ti spogli e sei nudo, davanti a te tutto è nuovo. Puoi fuggire o ascoltare. Normalmente fuggiamo, questa è la piega che ha preso l’occidente. Chi scrive le poesie e chi le legge ha il coraggio di fermarsi a guardare e a domandare. Come gli antichi avevano capito, noi umani possiamo esistere soltanto ai bordi tra l’essere e il nulla. Scappare, osservare, sorridere e cantare sono nostre possibilità.

Così Matteo Cimenti segue la lunga e gloriosa tradizione dei cantori delle vicende umane. Usa le parole all’interno degli antichi schemi di morte e rinascita.

Ora che la lingua italiana è così diffusa e svalutata, forse solo nella poesia può indicarci un sentiero verso la verità. E, come è stato scritto, soltanto la verità può renderci liberi.

Franco Fabbro

 

L’alchimia è, come il folclore, un grandissimo affresco proiettivo dei processi di pensiero inconsci (C.G.Jung)

La coda del pavone Matteo Cimenti Poesie
La coda del pavone (Matteo Cimenti)

 

ESTRATTO POETICO

Se tolgo il superfluo rimane
un sordo buonsenso d’altura
e un naso grosso e rumoroso
– decreta la punta d’inchiostro
l’ultima identità segreta.
La osservo stupito tracciare
intimità del cuore che so
per certo non interessare
gli altri e me stesso, in primo luogo
 
Mi turba tuttavia e non poco
l’idea stessa del rendiconto
l’ambiguità sottile del bilancio
la sensazione che un autoritratto
sia essenzialmente, un chiedere perdono

 

Introduzione dell’autore, Matteo Cimenti

Due righe per tentare di descrivere una forma, piuttosto che un contenuto. Con il rischio di essere invadenti, di togliere spazio all’immaginazione del lettore, di risultare semplicemente banali.

La poesia è una forma? È andare a capo a metà della frase o andar per rime? Oppure è darsi un’emozione o una sensibilità?

Vorrei pensarla piuttosto come una forma che contiene un’invenzione: un’intuizione, un tranello della logica che distoglie momentaneamente il lettore dal pensiero giustificato. La forma che sequestra la ragione e restituisce un dubbio a guisa di breve resoconto di viaggio. Non necessariamente autobiografico se non nell’assecondare lo schema di morte e rinascita che appartiene a tutti e tutti ci comprende.

La forma circolare descritta dall’Oroboro, il drago-serpente che si morde la coda. La forma dell’asso di spade, che nei tarocchi rappresenta quella lucidità mentale che sola può fermare la ruota, anche se per brevi istanti. La forma che da coerenza al mutare dei significati sulla falsariga della tradizione alchemica e che può apparire come un pretesto per affermare verità assolute là dove invece è l’ironia l’unico vero antidoto alla superstizione.

Qui mi affido per comodità di sintesi a tre delle quattro fasi alchemiche utilizzate da Jung per descrivere il processo di individuazione del se attraverso gli archetipi universali. Prima viene la nigredo, la tenebra in cui l’ego perde l’autoreferenzialità e la propria consistenza; poi viene la luce, bianca come la somma dei colori che descrivono la ruota del pavone, simbolo di vanità e mondanità: l’albedo descrive la molteplicità dell’esperienza, la vita di relazione ed in relazione con il mondo.

La citrinitas introduce l’archetipo del Vecchio Saggio, la cui saggezza rappresenta solamente l’intuizione di una unità ben lontana dall’essere conquistata.

La poesia quindi assume la forma di un viaggio iniziatico dell’eroe verso la sua redenzione come nei classici libri di avventura. Qui però non ci sono principesse da liberare o tesori da conquistare: il premio è il viaggio in se e la sintesi che ciascuno riesce a trarre dalle sue molteplici sfumature.

La poesia diventa allora metafora del reale, quando ti obbliga a sottostare alle sue regole: la tanto vituperata metrica impone dei vincoli, delimita uno spazio, fissa un perimetro all’interno del quale trovare una prassi non banale con cui affermare un proprio esistere.

La poesia come strumento per misurare una distanza, grazie a quel dispositivo biologico che sta alla base di tutto il comportamento umano: l’attaccamento. Inteso come alternanza di vuoto e pieno e riferito alle persone, alle abitudini, alle cose. La poesia assume a questo punto la forma di un’equazione. Un equazione in cui soggetti, predicati e complementi oggetto sono simboli e valori intercambiabili, ciascuno in relazione a ciò che nutre di volta in volta il tuo spirito.

Di sicuro la mia non è una poesia che suggerisce soluzioni o vuole insegnare qualcosa. La definirei piuttosto un accadimento, una forma più sofisticata di attaccamento. Un punto di partenza che non ammette un proposito, ma un continuo andare e tornare sui propri passi. Se sia forma o essenza, alla fine poco importa.

Perché allora un libretto di poesie? Non sarebbe stato più utile scrivere un manuale su come rapinare una banca senza farsi beccare, oppure su come sopravvivere in città con uno stipendio da cassaintegrato? Vero è che alla poesia riconosco soprattutto questo suo fascino peculiare e irresistibile: è praticamente inutile. Assolutamente inservibile ai fini della sopravvivenza. Senza, però, difficilmente si può affermare di poter vivere.

Matteo Cimenti

 

ESTRATTO POETICO

(…) se poi alla fine tutto ciò che resta è il dare
diamolo pure, anche ciò che abbiamo
messo da parte o a portata di mano
sarà così più facile, capire
la generosità più grande
è accompagnare (…)

 

Video-racconti dedicati ai temi del libro

 

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La “Coda del pavone” esce per Ladolfi nel 2014 come libretto di poesie di Cimenti Matteo. In realtà, più che una raccolta di poesie, esso rappresenta un percorso esperienziale dell’autore che, utilizzando la metafora alchemica di C.G.Jung (Psicologia e Alchimia, 1944) affronta il processo di individuazione inteso come processo psichico di graduale presa di coscienza del Sé più profondo.

🔎 LEGGI: Che cos’è il processo di individuazione in psicologia?

Le intuizione dello psicoanalista svizzero tracciano la via lungo la quale gli archetipi, e i simboli ad essi correlati, dispongono le forme capaci di tradurre l’esperienza immaginativa e onirica che sottende l’atto creativo.

Attraverso metafore e significati, la scrittura e la coscienza si plasmano reciprocamente, coinvolgendo l’inconscio e la ragione nell’intuizione consapevole. Secondo Jung, infatti, le poesie a volte nascono come risultato dell’intenzione deliberata dello scrittore, mentre a volte si fanno strada nella mente dell’autore e appaiono indipendenti dalla sua volontà (Psicologia e poesia, C.G. Jung 1922-50).

Rendere “visibile ciò che visibile non è” sembra essere, quindi, il compito della poesia. Il linguaggio forse più adatto a ri-conoscere una propria “voce” ed affermare di conseguenza un proprio esistere. La qualità dell’osservazione consapevole, infatti, risente della precisione dello strumento che la conduce: la psiche facilmente si conforma al vocabolario e all’immaginario che la esprime.

È partendo da questi presupposti che l’autore, ampliando la struttura classica del libro, utilizza il video per concedersi una ulteriore e più profonda introspezione. Brevi filmati dove le immagini e le diverse declinazioni della voce narrante descrivono le sollecitazioni archetipiche e simboliche (Dàimon 🔎) che hanno ispirato le singole poesie.

Il libro assume così la forma di un viaggio iniziatico dell’eroe verso la sua redenzione, come nei classici libri di avventura. Qui però non ci sono principesse da liberare o tesori da conquistare: il premio è il viaggio in Sé e la sintesi che ciascuno riesce a trarre dalle sue molteplici sfumature.

Si inizia con l’asso di spade, simbolo di lucidità mentale nella tradizione dei tarocchi, che accompagna la Nigredo, la fase alchemica dove l’ego perde la propria forma confrontandosi con l’Ombra.

Poi è la volta del pavone con la sua coda, simbolo di vanità e mondanità, che introduce Albedo, la fase alchemica della vita di relazione ed in relazione con il mondo.

La terza tappa del viaggio, Citrinitas, introduce l’archetipo del Vecchio Saggio: una saggezza che rappresenta l’intuizione di una unità ancora ben lontana dall’essere conquistata.

Unità che rimanda alla quarta e ultima tappa del viaggio, la Rubedo, che qui però non viene raggiunta: manca, all’Autore, quella capacità di sintesi, anche linguistica, in grado di descriverne la natura profonda.

La poesia diventa così non più una semplice metafora del reale, ma una rappresentazione concreta della “voce” più autentica dell’essere umano: la sua “imperfezione”.

Ed è la realtà, alla fine, il contesto più idoneo a contenere un’esperienza di consapevolezza. Una live performance, uno spazio aperto dove la parola e la musica, idealizzata nella forma ancestrale del solo ritmo, permettono al poeta di partecipare assieme all’ascoltatore del proprio tentativo di dare una risposta – una tra le tante – all’unica vera domanda che impegna l’uomo fin dalla nascita: chi siamo?

FINE.


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