L’incredibile esperienza pre-morte di Jung: la morte vista dal di dentro (Lettera)

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La psicologia studia da decenni le esperienze pre-morte 🔎 (in inglese conosciute come NDE, ovvero, “Near Death Experience”).

Non tutti sanno che Jung ne ebbe una, molto vivida e con una visione della terra dallo spazio vicina al reale (all’epoca non esistevano foto satellitari della terra, ovviamente).

La sua esperienza è raccontata nel bellissimo libro autobiografico Ricordi, Sogni, Riflessioni, con le sue stesse parole.

Qui invece sono riportate degli spezzoni di lettere che non tutti conoscono, nelle quali egli parla della sua esperienza pre-morte ma aggiungendoci delle riflessioni molto potenti sul significato della morte.

Buona lettura!

✍️ LEGGI anche: La relazione psicologica tra Amore e Morte: hanno non poco in comune (Emanuele Casale)

Carl Gustav Jung

Una lettera di Jung sulla morte e sul suo significato

Scrive Jung, in una lettera alla dottoressa Kristine Mann, il 1 febbraio 1945

«Lei sa che l’angelo della morte ha prostrato anche me ed è mancato poco che mi cancellasse dalla sua lavagna. […]

Tutto sommato la malattia è stata per me un’esperienza molto significativa: mi ha offerto l’occasione preziosa di gettare un’occhiata dietro il velo.

L’unica difficoltà sta nel liberarsi dal corpo, nello spogliarsi del mondo e della volontà dell’Io.

Quando si riesce a rinunciare alla forsennata volontà di vivere e succede come di cadere in una vaga nebbia, inizia allora la vera vita con tutto quello che si era pensato e non si era mai raggiunto. È un’esperienza di ineffabile grandezza.

Anima e morte. Sul rinascere (Jung)
Anima e morte. Sul rinascere (Jung)

Ero libero, completamente libero, e integro come prima non mi ero mai sentito. Ero lontano dalla terra 1500 chilometri e la vedevo come un’enorme sfera avvolta in una splendida luce azzurrina.

Mi trovavo sospeso in un punto preciso sopra l’estremità meridionale dell’India che brillava di una luce azzurra-argentea e Ceylon pareva un opale scintillante nel profondo mare azzurro.

Ero nell’universo, su un enorme blocco di pietra in cui era costruito un tempio. Ne scorgevo l’ingresso illuminato da mille piccole fiammelle, alimentate da olio di cocco, e sapevo di dover entrare nel tempio, dove avrei raggiunto la conoscenza totale.

Ma proprio in quell’istante appariva un messaggero dal mio mondo (che fino allora costituiva un angolino del tutto insignificante dell’universo) e diceva che io non potevo abbandonarlo; e proprio allora la visione svanì.

Da quel momento dormii per tre settimane di seguito [di giorno], ma ogni notte mi svegliavo nell’universo, rivivendo tutta la mia visione.

Marie Louise Von Franz La morte e i sogni
La morte e i sogni (Marie Louise von Franz)

Non ero io ad essere congiunto a qualcuno o a qualcosa, ma era la congiunzione stessa, era il hieròs gámos, l’agnello mistico.

Era una festa, una festa silente e invisibile, pervasa da un sentimento incomparabile, ineffabile di eterna beatitudine; mai avrei pensato che un sentimento del genere potesse far parte dell’esperienza umana.

Osservata dall’esterno e finché si rimane fuori, la morte appare enormemente crudele. Ma appena vi si è dentro, si prova un sentimento così intenso di compiutezza, di pace, di soddisfazione che non si vorrebbe più tornare indietro.»

«Ieri ho fatto un sogno meraviglioso: lassù in cielo c’era una stella splendente di azzurra luce adamantina, che si specchiava in un placido stagno circolare ‘cielo sopra, cielo sotto’. L’Imago Dei nell’oscurità della terra, ecco chi sono.

Il sogno mi è stato di enorme conforto. Non sono più un mare infinito e nero di miseria e sofferenza, ma solo una sua parte raccolta in un vaso divino.

Sono molto debole. La situazione è poco chiara. La morte non sembra più essere così vicina, anche se in ogni momento potrebbe verificarsi una embolia. Confesso che ho paura di una lunga sofferenza.

Credo di essere pronto a morire, anche se pare divampino ancora pensieri intensi, come lampi in una sera d’estate.»

✍️  LEGGI anche: La morte come maestra di vita. Psicologia dei “lutti interiori”: gli orizzonti di vita che non viviamo (di Emanuele Casale)

 

In una lettera del 26 marzo 1960, Jung scrive alla reverenda Madre riferendosi all’amico pastore Padre Victor White (quest’ultimo stava molto male di salute:

Lettere Victor White Jung
Lettere tra Jung e Victor White

«Reverenda Madre,

la ringrazio per il suo resoconto sulla salute di Padre Victor. Sono ancora scosso dal colpo fatale che si è abbattuto su di lui.

Sulla base dell’esperienza e delle mie conoscenze in campo medico, temo che il verdetto sia definitivo. Per rendere giustizia alla sua fede, devo ammettere di aver assistito io stesso a casi di guarigione apparentemente miracolosa. Ma le speranze non sono molte.

Condividerei senz’altro la sua incrollabile fiducia, se non fosse per il pensiero che la vita terrestre non rappresenti quella suprema, ma solo una tappa di un progetto superiore.

Mi sforzo di accettare la vita e la morte. Se non ci riuscissi, cercherei di capirne i motivi personali… Si tratta della volontà divina? Oppure il mio cuore umano è spaventato dal Vuoto della morte?

…Oltre a riuscire a comprendere se stessi, è importante essere consapevoli della maniera in cui ci relazioniamo agli altri e imparare a conoscere un po’ la natura umana.

La nostra libertà morale, che ci libera da costrizioni e dipendenze, può giungere solo fin dove arriva la nostra  consapevolezza.

Nelle situazioni più estreme di vita e di morte, la capacità di comprensione di insight è fondamentale per aiutarci ad accettare gli eventi, compresa la nostra dipartita o quella delle persone care.

Ho saputo che, come mi auguravo, a Victor White è stata detta tutta la verità sulla sua malattia. Mi risulta che abbia accolto serenamente la notizia.

Esiste un tempus maturum mortis, spetta a noi comprenderlo e accettarne le condizioni.

Sinceramente, Suo C.G.Jung».

FINE.

 

Continuiamo a vivere nelle immagini che lasciamo agli Altri: durano oltre la morte (James Hillman)

 


 

 

 

 

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