Gli psicofarmaci non guariscono la schizofrenia: ne parla Marie Louise von Franz

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Jung e la psicologia analitica hanno ancora molto da dire su realtà come: schizofrenia, psicofarmaci, psicosi… Sicuramente ne hanno da dire molto di più rispetto alla stragrande maggioranza di discorsi specialistici odierni intrisi di luoghi comuni su neurotrasmettitori e neurofisiologia slegati da ogni fenomenologia psichica e dell’inconscio. Oggi non si può parlare di malattia mentale senza correlati neurobiologici alla stessa maniera in cui non si può parlare di questi ultimi senza un discorso “sulla psiche”, sull’inconscio e sui contenuti psichici che emergono da questi quadri ritenuti soltanto patologici. Ce lo ricorda Marie Louise von Franz in questo memorabile passo…

PS: ti ricordo che nel blog è presente anche l’articolo principale dedicato alla schizofrenia. Lo trovi qui ✍️ La SCHIZOFRENIA. Il significato di una malattia che contiene mondi indicibili. Aspetti clinici

BUONA LETTURA!

Schizofrenia Jung Significato
La Schizofrenia. E altri scritti (C.G. Jung)

Marie Louise von Franz

di Marie Louise von Franz

Laricerca scientifica spera di trovare un farmaco chimico contro la schizofrenia, ed è probabile che la cosa abbia successo, perché ogni condizione super-emozionale produce un’intossicazione velenosa.

Si ritiene che la schizofrenia possa essere causata da uno stato tossico [prima ipotesi di natura psicobiologica al mondo fatta da C.G.Jung nel ‘59], per cui una cura chimica è senz’altro possibile.

Il problema sta nel fatto che la condizione psichica, cioè quella che scatena i sintomi schizofrenici, con i farmaci non viene guarita.

Le manifestazioni morbose della malattia (la follia, gli attacchi e tutti gli altri sintomi) possono essere bloccate con i medicinali, ma l’analisi mostra che il problema fondamentale rimane irrisolto. 

Schizofrenia Diagnosi Sintomi Significato
Se il sole esplode. L’enigma della schizofrenia (Christopher Bollas)

Se dopo la cura chimica il paziente non viene trattato psicoterapeuticamente, prima o poi ricadrà in un nuovo episodio psicotico e sarà di nuovo necessario ricorrere al farmaco. Questo processo può andare avanti all’infinito.

Dopo un trattamento parziale a mezzo farmaci, una serie di sogni segnalerà il pericolo di una controtendenza, cioè il convincimento del paziente di poter mantenere il proprio atteggiamento patologico, perché in caso di ricaduta potrà sempre ricorrere a una nuova pillola.

La cosa peggiore, per quanto riguarda gli psicofarmaci, è che essi esercitano un effetto demoralizzante sulle persone deboli di carattere. Queste persone non vogliono cambiare atteggiamento, come sarebbero costrette a fare se affrontassero una psicoterapia. È più facile ricorrere alle pillole, con il risultato che, in questo modo, le ricadute si fanno sempre più frequenti e le dosi devono continuamente essere aumentate. 

I farmaci possono effettivamente eliminare certe condizioni pericolose, ma il prezzo da pagare per questo scorciatoia è molto alto. Essa, infatti, mina la fiducia del paziente nella capacità di farcela grazie alla propria forza morale. Egli rimarrà dipendente dal medico, che al momento giusto gli darà la pillola giusta.

In realtà, se il farmaco non viene somministrato per un periodo di tempo troppo prolungato, è possibile salvare la personalità del soggetto, non ci sarà perdita dell’anima. Ma la fede e la fiducia si, queste vanno perdute.

Piero Cipriano - Il manicomio chimico
Il manicomio chimico. Cronache di uno psichiatra riluttante (Piero Cipriano)

Oggi, da molte parti, si fa pressante la richiesta di rinunciare agli psicofarmaci. La questione è di Weltanschauung (“visione del mondo”):

è necessario decidere se sia meglio abbandonare il malato alla sua follia, lasciandogli con questo un pezzo della sua vita spirituale, oppure costringerlo con delle pasticche a una guarigione solo apparente, il cui unico effetto è quello di rendere l’individuo meno sgradevole a livello sociale. Tutto il resto rimarrebbe immodificato, e il soggetto si ritroverebbe esattamente matto come prima.

Ho raccolto la confessione di una donna così. Era stata trasformata in quella che io chiamo una ‘persona bianca’ ma quando, a un certo punto, la sua follia ritornò e con essa la sua parte migliore, disse:

“Per tutto questo tempo sono stata folle, solo che la follia rimaneva nascosta. Il mio comportamento era pseudo-adattato”.

La fabbrica della cura mentale. Diario di uno psichiatra riluttante (Piero Cipriano)
La fabbrica della cura mentale. Diario di uno psichiatra riluttante (Piero Cipriano)

 

La SCHIZOFRENIA. Il significato di una malattia che contiene mondi indicibili. Aspetti clinici

 

Gli psicofarmaci non “guariscono” (bensì “curano”, che è diverso)

Gli psicofarmaci non guariscono, bensì costringono le persone a un comportamento adattato socialmente affinché rechino minor disturbo, cosa che per il medico, naturalmente, è molto più comoda. In realtà si tratta di un meccanismo di auto-protezione da parte del medico stesso.

Se i farmaci vengono somministrati per un breve periodo, l’effetto è reversibile. Quella che appare coma una perdita di anima, è piuttosto un calo del livello emozionale.

I malati dicono che le allucinazioni e le altre esperienze legate allo stato psicotico continuano ad avere luogo, ma che essi le percepiscono meno intensamente sul piano emotivo.

Dopo una lobotomia, una malata mi disse che sentiva che la follia c’era ancora. Si servì di una metafora:

“La follia è in cantina, ma non riesce più a salire le scale”.

Con molta cautela ella viveva al piano superiore, ma il problema emotivo non era risolto, era solo allontanato. L’operazione aveva avuto soltanto l’effetto di attutire l’intensità delle emozioni

Quando le persone si lasciano andare a un’emozione troppo forte, in genere scivolano poi nel polo opposto e diventano troppo ragionevoli.

Provano allora una segreta nostalgia della loro precedente follia emotiva, perché essere emotivi e folli significa sperimentare la pienezza della vita. Non si è mai così pieni di vita come quando si è folli. In un certo senso questo è l’acme della vita!

La follia che è anche in noi (Eugenio Borgna)
La follia che è anche in noi (Eugenio Borgna)

Se non siamo mai stati abbastanza folli da sperimentarlo personalmente, basta che ripensiamo ai momenti in cui siamo stati follemente innamorati o follemente adirati.

Invece di essere quegli esseri spezzati, in perenne lotta tra emozione e ragionevolezza, essere per una volta completi!

Che gioia per una volta far erompere la propria rabbia! Ci sentiamo così onesti, così interi, se una volta non siamo stati cortesi e abbiamo detto tutto ciò che avevamo da dire!

È una condizione assolutamente divina, come è divino amare in questa maniera. Ogni dubbio è stato fugato: lui, o lei, è tutto! Una totale, divina fiducia! Neppure l’ombra di quella diffidenza che ognuno di noi prova verso gli altri. Nessuna difesa contro la fallibilità del prossimo, bensì una sensazione assoluta di essere l’uno per l’altro, e intorno a noi danzano le stelle!

È una condizione di totalità. La mattina seguente può essere già scomparsa, perché lui o lei ha un brufolo sul naso. Ma l’emozione, qualunque essa sia, può far riemergere questa esperienza di totalità.

Per questo motivo le persone provano una segreta nostalgia della propria follia. Sono diventate troppo normali e troppo adattate, e non si sentono più intere.

Occorre cercare di riunire i due poli: ragionevolezza ed emotività devono essere entrambe ridotte.

Per fortuna, oggi, alcuni psichiatri tra i più autorevoli, come Stanislav Grof e John Perry, sono giunti alla conclusione di lasciar vivere allo schizofrenico la sua malattia come un processo di rinascita, cosa che probabilmente ha sempre costituito il senso della malattia stessa.

Dopo un episodio psicotico i malati appaiono troppo ragionevoli, e questa è una forma di follia. È folle essere così freddamente razionali, e il suo contrario è un altro tipo di follia. Se non riusciamo a mantenerci nel mezzo, siamo perduti…

Come se finisse il mondo. Il senso dell'esperienza schizofrenica (Eugenio Borgna)
Come se finisse il mondo. Il senso dell’esperienza schizofrenica (Eugenio Borgna)

 

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Ma cosa accade spesso nei malati schizofrenici?

Ci sono momenti in cui [alcuni individui schizofrenici] sono completamente invasi dall’inconscio collettivo, nella forma della costante trasformazione.

Una volta dicono di essere Dio o Gesù, o l’albero della vita, o l’isola d’oro e d’argento, o affermano che, assieme a Napoli, devono distribuire spaghetti a tutto il mondo.

In questo si esprime l’eterna mutevolezza dell’inconscio collettivo. Nell’attacco schizofrenico, il dramma sta nel razionalismo frammentato del materiale prodotto dal malato.

Allo stesso modo in cui lo schizofrenico sostiene di essere Gesù Cristo o l’albero della vita (affermazioni del tutto comprensibili) egli sostiene anche di dover fornire pasta a tutto il mondo dalla città di Napoli, il che è una assoluta banalità, una parte frammentata della quotidiana vita esterna che disturba l’armonia della manifestazione dell’inconscio collettivo.

Questa mescolanza di banalità e affermazioni estremamente importanti rende il materiale prodotto dallo schizofrenico immediatamente riconoscibile (…).

[Espressioni come] “Sono Gesù Cristo e l’albero della vita” hanno un senso, perché il nostro (Selbst = totalità psichica) contiene una sorgente divina e, cum grano salis, questa è una cosa che ogni mistico cristiano deve ammettere.

Quando è possibile separare un tipo di materiale dall’altro, la malattia non è così funesta; ma quando il malato fa ricorso agli psicofarmaci, senza curarsi di separare il grano dalla pula, cade inevitabilmente in quella fissa normalità che è tipica dello stato post-psicotico.

I malati diventano rigidi, adattati ed estremamente intellettuali; ripudiano completamente la loro esperienza affermando di non volerne parlare. La reprimono completamente e si rifugiano nella rigida normalità della ragione consolidata che generalmente è il parametro della coscienza collettiva e, dal punto di vista intellettuale, qualcosa di molto a buon mercato. 

(…) Secondo la mia esperienza, la cosa più difficile, per aiutare uno schizofrenico a uscire dal suo stato, è di rendergli comprensibile il livello simbolico dell’interpretazione, lottando contro la sua idea di concretezza, che introduce nella sua follia uno strano razionalismo e materialismo.

Lo schizofrenico non vede che esiste una realtà dell’anima. L’ipotesi di una realtà psichica che si contrappone alla realtà fisica esterna è per lui inaccettabile. Mescola le due, e per questo arriva all’assurdo. 

L'io diviso Laing
L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (R.D. Laing)

 

La funzione sentimento nella schizofrenia: compromissione della capacità di valutare e discriminare

(…) La seconda cosa che manca è la funzione sentimento, cioè la possibilità di valutare correttamente.

Jung racconta di una paziente schizofrenica che ogni tanto smetteva di ascoltarlo. Egli si sforzava di scoprire che cosa facesse in quei momenti di distacco finché, alla fine, ella gli confessò che telefonava alla Vergine Maria per chiedere velocemente la sua opinione! La paziente diventava allora inaccessibile, perché c’era qualcuno altro in linea con lei.

Ma se vivessimo davvero un’esperienza mistica con la Vergine Maria ne saremmo completamente sopraffatti. I mistici cristiani che hanno una simile esperienza interiore rimangono sconvolti per giorni e giorni, e questa è la reazione adeguata a un’esperienza religiosa travolgente. Ma per uno schizofrenico è normale dire: “Pronto? La Vergine Maria? Si, tutto a posto!”. Manca la capacità di valutare.

Nella caduta psicotica ogni cosa viene detta con lo stesso tono, sia che si affermi di essere Gesù Cristo sia che si affermi di essere un venditore di spaghetti. Le banalità più insulse e il più profondo materiale religioso vengono mescolati fra loro senza alcun discernimento.

Neuropsicologia cognitiva della schizofrenia (Christopher D. Frith)
Neuropsicologia cognitiva della schizofrenia (Christopher D. Frith)

Per questo è così importante il motivo fiabesco in cui Psiche, nella famosa fiaba Amore e Psiche, o Cenerentola, separano i semi in buoni e non buoni.

Discriminare i valori è una funzione della psiche. Se l’Anima è scomparsa dal campo visivo, scompare anche il sentimento, e nella schizofrenia questo accade molto spesso.

Il quadro schizofrenico è quello che si presenta non appena un uomo perde il contatto con l’Anima e con il sentimento.

E lo stato in cui molti cadono è tale da dar luogo a una psicosi di massa come quella che già abbiamo vissuto e che, probabilmente, torneremo a vivere.

(Marie Louise von Franz – “L’eterno fanciullo. L’archetipo del Puer Aeternus”, Red Edizioni 2009, pp. 280-281-282-283-304-305-306)

FINE.


 
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