Autenticità e identità: prospettive junghiane e interdisciplinari a confronto

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Psicologia identità autenticità cos’è

Autenticità e identità (COMPRA IL LIBRO QUI)
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Cosa può dirci un dialogo interdisciplinare sulla spinosa questione Identità e Autenticità?

Su tale tema vi presento il nuovo e atteso volume della rivista “L’Ombra”, edita da Moretti&Vitali nel 2018

Nel convegno ARPA, tenutosi a Firenze il 23 Settembre 2018, sul tema dell’identità e autenticità, da cui proviene buona parte del materiale presentato in questo numero della rivista, era presente una formidabile testimone dell’arte contemporanea, irraggiungibile con le vie pubbliche ma raggiungibile con le vie del cuore: Marina Abramović.

Marina Abramovic Arte Psicologia
Marina Abramovic – artista

Questa artista insegna l’autenticità in ogni sua opera: in particolare nella frequentazione degli aborigeni dell’Australia centrale è venuta a conoscenza del dreamtime, il tempo del sogno, in cui la creazione esiste simultaneamente nel passato, nel presente e nel futuro. Lì tutto è autenticità.

Accanto a lei vari studiosi, psicoanalisti, teologi e filosofi, propongono in queste pagine differenti letture del termine autenticità, intesa come verità, spontaneità o interiorità.

In ottica junghiana, in particolare, essa viene posta in relazione con la relazione dinamica tra gli archetipi della Persona e dell’Ombra.

Sincerità e autenticità (Lionel Trilling) - Moretti & Vitali 1
Sincerità e autenticità (Lionel Trilling)


 

Uno scambio sulla questione dell’autenticità

contributo di Robert M. Mercurio & Federico De Luca Comandini

 

Robert Mercurio (analista Junghiano, presidente ARPA)



Robert M. Mercurio:

Domenica 13 settembre 2018 la sede romana
dell’ARPA ha organizzato un simposio sul tema dell’
autenticità presso
Palazzo Strozzi a Firenze.

L’idea di organizzare una giornata di studio sul tema dell’autenticità è nata da una serie di considerazioni: l’autenticità e l’individuazione 📝sono due termini che vanno certamente nella stessa direzione e la meta del processo individuativo non può che essere una vita autentica.

Il dilagare del disturbo narcisistico di personalità con il falso sé che ne consegue mette in risalto la necessità di richiamare ripetutamente l’attenzione alla sfida che l’autenticità rappresenta in un mondo dominato dalle apparenze e dalle impressioni. E, dulcis in fundo, Jung stesso definì la nevrosi 📝 una sorta di sofferenza inautentica.

Provare a definire l’autenticità utilizzando concetti o ragionamenti della coscienza è, temo, un compito impossibile.

I bravissimi relatori che sono intervenuti durante il simposio, rispondendo al mio preciso invito ad affrontare il tema dell’autenticità, hanno cercato coraggiosamente di fare l’impossibile. Hanno prodotto dei lavori pregevoli che saranno di grande aiuto nelle nostre riflessioni sulla questione, ma, da parte mia, continuo a domandarmi se il progetto di un convegno su un tema così delicato avesse senso.

Credo che sia molto più facile definire o descrivere la coerenza, e il ruolo che spetta alla coscienza nel garantire la presenza e la qualità di questa caratteristica nella vita di un individuo mi sembra chiaro.

Ma continuo a pensare, e soprattutto a sentire, che l’autenticità sia un’altra cosa. Corrisponde veramente alla sensazione di “essere me stesso”? O non è forse una realtà così vera da (paradossalmente) non sembrare affatto parte di me? È una realtà in cui la mia genuinità emerge? O un’esperienza particolarissima in cui faccio fatica a riconoscere ciò che ho sempre considerato me stesso?

Riflettendo sulle eccellenti relazioni proposte dai conferenzieri a Firenze, sono arrivato a ritenere che l’autenticità sia un evento o una sorta di grazia, e che quando ci arriva susciti non il riconoscimento di me stesso ma piuttosto una sorta di sorpresa nello scoprire che la mia vera identità sia così diversa dalla versione compatta e coerente che l’io vive giorno dopo giorno.

Occorre quindi riconoscere il ruolo assolutamente determinante della psiche inconscia, che di tanto in tanto rivela la nostra autenticità per poi commentare in tutti i nostri sogni il
livello di sintonia che esiste tra l’organizzazione egoica della vita e le esigenze della nostra genuinità.

Se accettiamo l’idea che ognuno nasce assolutamente autentico, dovremmo però riconoscere che il più delle volte i più semplici gesti di adattamento, per quanto siano necessari, ci allontanano da questa originaria autenticità. In questa ottica il processo individuativo altro non è che la ricerca di quello stato originario, che misteriosamente
rimane depositato in quegli angoli della psiche che sono spesso gli spazi meno frequentati e più trascurati.

Forse le tracce più preziose e più utili a un’intima ricerca della propria autenticità si trovano nella tipologia elaborata da Jung, e soprattutto nelle pieghe dell’annosa
ma stimolante questione della funzione inferiore.

Jung ci ricorda che lì, proprio in quella parte della personalità che sentiamo essere di difficile (se non impossibile!) gestione, nascono, assieme a dei grossi problemi di adattamento, delle aperture nei confronti di nuove possibilità vitali. È qui, ci insegna Jung, che possiamo trovare la strada verso la trascendenza e una sensazione di intensità che va ben oltre ciò che i progetti dell’io possono garantirci.

Mi domando e domando al collega Federico De Luca Comandini se non sia questa – la
funzione inferiore – la chiave indispensabile in grado di aprire la porta dell’
autenticità.

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Analista Junghiano Federico Luca Comandini
Federico Luca Comandini (analista junghiano, ARPA)

 

Federico De Luca Comandini:

Prendo spunto dall’intervento di Bob Mercurio che rivisita in modo estemporaneo il senso del simposio sull’autenticità da una diversa prospettiva; in sostanziale affinità con
esso, aggiungo qui qualche mia riflessione.

Che significhi autentico e cosa esso comporti nella condizione umana è questione ardua da dipanare. Tale termine, s’è visto, rimanda a una dimensione complessa che coniuga l’idea di se stessi (autòs) al dentro (entòs) prestandosi a esser scandagliata su una pluralità di registri.

Ne sono evidenza i contributi dei relatori che hanno spaziato da motivi d’interesse filosofico e spirituale a disamine psicologiche riferite alla teoria e pratica della psicoterapia e a specifici nodi della clinica.

Le prime due esposizioni introducono e sviluppano il tema con taglio prettamente psicologico-analitico; a queste perciò mi riferisco in via particolare: Claudio Widmann ci ha accompagnati attraverso percorsi di redenzione dal narcisismo, Ferruccio Vigna ha proposto
un’originale
circumambulatio intorno alla relazione terapeutica e ai fenomeni endopsichici a essa correlati. Altri contributi, poi, arricchiscono l’argomento di un ampio excursus culturale ed esperienziale; tutte elaborazioni che, nel loro insieme, costituiscono un notevole patrimonio d’idee sul tema dell’autenticità.

Ciò nonostante, almeno dal mio punto di vista, nelle considerazioni proposte, una certa attitudine razionale e di discriminazione intellettuale pare prevalere sulla prospettiva e sul linguaggio simbolico propri della psicologia dell’inconscio.

Non intendo con ciò dispensare alcuna critica di merito, non fosse altro che per la bontà dei contenuti esposti che, per altro, largamente condivido; piuttosto, le osservazioni che propongo andrebbero prese come un invito a riflettere sulle valenze d’ombra che, a mio parere, sono presenti nell’impostazione del convegno.

La ragione discorsiva e i distinguo dell’intelletto sono, e sempre resteranno, indispensabili alla comunicazione, tuttavia, quando ci s’intrattiene troppo sul filo del ragionamento, per quanto possa essere di qualità psicologica, le immagini evocative della psiche tendono impalpabilmente a condensarsi intorno al loro concetto perdendo sostanza immaginale: le figure di Anima, Ombra, Sé, Ego rischiano di restare impigliate negli andamenti del pensiero, con l’esito che il nucleo misterioso dell’autenticità sia così soltanto lambito.

L’analisi condotta da Widmann intreccia in modo sapiente racconto terapeutico e vicenda immaginale concependo il narcisismo quale passaggio iniziatico nei percorsi d’individuazione. In tal senso specifico, la prospettiva che egli dischiude è illuminante.

Un punto interrogativo lo porrei piuttosto sul fatto che in un convegno sull’autenticità il tema venga introdotto da una disanima del polo opposto, l’affezione narcisistica. Certo, non è un appunto da rivolgere a Claudio Widmann, autore, per altro, di un importante testo sul narcisismo e sulle possibili fuoriuscite da esso; se mai vi fosse ragione di farlo, l’interrogativo riguarderebbe l’impostazione del convegno. Concettualmente si tratta di una scelta lecita, ma siamo sicuri che sia la scelta migliore?

Aleggia il dubbio che “sintomaticamente” essa tradisca qualche esitazione ad affrontare il tema dell’autenticità in forma più diretta e con tatto simbolico.

Comunque sia, la storia “clinica” di Pinocchio, da burattino a bambino vero, è una catarsi psicologica che parla al cuore di noi tutti. Come non associarla all’antica peripezia di Lucius narrata da Apuleio nell’Asino d’oro? Figure distanti nel tempo ma congiunte nel paradigma della metamorfosi della personalità, ciò che noi oggi chiameremmo individuazione psicologica.

Del pari, ho apprezzato la lucidità delle argomentazioni di Vigna che hanno il merito di sviscerare in lungo e in largo i luoghi sensibili della relazione terapeutica. Pars pro toto, direbbe Jung, ne danno evidenza i riferimenti che egli fa alla self discloure dell’analista, nodo sottile della terapia e, al tempo stesso, cuore della parafrasi junghiana del controtransfert; altrettanto valgono i preziosi suggerimenti che Ferruccio rivolge agli analisti in formazione, riguardo a come l’autenticità del terapeuta vada rispettata nel dar seguito al processo psicologico dell’altro:

in primis, la disposizione ad abbandonare ogni certezza della teoria della tecnica, dopo averla appresa e passata al vaglio dell’esperienza; poi, il «fidarsi più di ciò che si prova che non di ciò che si pensa», poiché nella condivisione col paziente la percezione affettiva, in rapporto all’altro come a livello intrapsichico, è il miglior deterrente rispetto ai grovigli nevrotici che si affrontano;

poi ancora, la fiducia riposta nel proprio «compagno di viaggio», poiché in terapia il paziente va considerato come «il miglior collega possibile per quello specifico viaggio»; e infine, l’invito a non scansare i conflitti che sorgano nella relazione terapeutica ma a prestarsi a viverli senza pregiudiziali, tratto fondamentale, questo, per dar sviluppo a un’etica psicologica, oltre il confine segnato dall’etica normativa.

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Non c’è dubbio, dunque, che il tema sia stato pensato in profondità dai relatori e validamente trattato alla luce dell’esperienza terapeutica. Ciò nonostante, non posso che concordare con Mercurio quando, irrompendo con un suo fuori programma nell’ordine prestabilito degli interventi, rileva come la dimensione simbolica dell’autenticità sfugga a ogni tentativo di definizione da parte della ragione discorsiva.

Bob, proprio lui cui si deve l’impostazione del convegno, ha l’onestà sostenuta dal sentimento di correggere il tiro in corso d’opera, aprendo alla necessità di un diverso approccio.

Nel suo intervento Mercurio distingue tra autenticità e coerenza, appannaggio quest’ultima della versione dell’io, anche laddove si tratti di personalità psicologicamente educate; l’autentico invece, egli precisa, rimanda al fare esperienza di un’alterità sorprendente la quale, in determinate condizioni, ci s’impone quasi come “una sorta di grazia” trascendendo la visione ordinaria che abbiamo di noi stessi.

Nell’accogliere tale fondamentale distinguo, mi domando: forse che, come psicologi dell’inconscio, non abbiamo modo di accostare in forma propria il tema dell’autenticità, spingendo il discorso oltre le secche della coscienza razionale?

Penso piuttosto di sì, possiamo farlo.

Perciò, con stima e gratitudine per i relatori che ho ascoltato, oso avanzare una critica: non ho sentito nei loro discorsi, salvo per accenno, riferimenti alla psiche obiettiva e alle sue manifestazioni fondanti rispetto ai nostri eventi biografici.

Eppure è a questo peculiare livello, cui la sua prospettiva è vincolata, che la psicologia analitica ha facoltà di arricchire la ricerca di autenticità con un sostanziale valore aggiunto.

Jung parlerebbe di realtà archetipica: dell’esperienza del radicalmente altro in noi, di cui noi stessi nel profondo partecipiamo. Non intendo con ciò porre rilievi d’ordine meramente concettuale; di certo, sarebbe interessante discuterne tra noi più diffusamente in sede teorica ma, per limiti obiettivi della situazione, non pare qui opportuno.

Mi riferisco piuttosto alla nostra identità, individuale e professionale, di persone coinvolte nel processo psicologico, proprio e a sostegno di percorsi altrui. Mi riferisco dunque alla nostra complessiva trama di vita.

Sulla scia di Jung, siamo soliti mantenere i sogni al centro delle nostre considerazioni, insieme alle fantasie e agli stimoli immaginali che ci investono dall’interno e da ogni dove. Ci possiamo così avvalere di strumenti particolari che ci abilitano a valorizzare il rapporto
con l’
alterità inconscia, nostra e altrui e, più in generale, a relativizzare l’unilateralità della coscienza egoica.

Mediante l’analisi dei sogni, districandoci tra le valenze dell’inconscio personale, apprendiamo a percepire i movimenti profondi della psiche archetipica, dove hanno luogo i motivi dominanti del nostro destino, gli impulsi daimonici all’individuazione che iniziano al sentimento autentico dell’esistenza.

Non è di ciò che parla Mercurio quando accenna alla «sorpresa» di scoprirsi radicalmente altro dalla «versione compatta e coerente» dell’Io?

Ritengo perciò che la psicologia dell’inconscio fornisca prospettive adeguate ad accogliere l’esigenza di autenticità che percorre le nostre vite; e ciò, in via particolare, per merito dell’indirizzo junghiano che persegue un modello dialogico di relazione con le figure della psiche:

dallo stile d’interpretazione dei sogni, di qualità immaginale e non riduttiva, ai costrutti simbolici dell’immaginazione attiva, al ruolo fondamentale che l’inferiorità psichica riveste nel processo d’individuazione, ricaviamo tracce affidabili per restituire a noi stessi e al mondo l’autenticità di cui siamo in cerca. Ben oltre quanto sia possibile tentandone la definizione più in astratto.

Psicologicamente parlando, infatti, non è l’assetto egoico che, di per sé, ha facoltà di accedere a tale dimensione, questa può darsi a noi solo nel mistero della congiunzione con l’inconscio.

Con tale apertura di visuale il fenomeno della consapevolezza avvia il suo transito da forme di coscienza unilaterale a un insieme simbolico alla cui configurazione concorrono gli opposti psichici.

La personalità psicologica poggia a livello identitario non sull’Ego ma sull’interconnessione tra l’Io e l’inconscio.

Dall’interazione dei diversi livelli psichici possono così sostanziarsi modi di essere e di stare al mondo meno scissi, che corrispondano al nostro bisogno di completezza e di autenticità.

Se la riflessione intorno ai sogni resterà comunque premessa fondante di tale possibilità, l’immaginazione attiva 📙 ne è lo sviluppo creativo. Jung la riteneva il modo più efficace per sostenere la funzione trascendente nel processo d’individuazione.

In essa riconosce la specifica forma immaginale utile a stabilire relazione psicologica con la dimensione inferiore della personalità ovvero, l’ambito in cui le radici individuali attingono all’esperienza della psiche collettiva. Tramite di esso viviamo la nostra appartenenza all’inconscio.

La prospettiva ordinaria legata al primato dell’Ego qui appare capovolta: nel fondo, siamo inconsci non per difetto di formazione ma per disposizione di natura; e da ciò traiamo nutrimento e orientamento vitale.

Stabilendo con l’inferiorità psichica un’interazione immaginale spassionata ci manteniamo psicologicamente vivi.

A tale livello, le connessioni logiche della ragione discorsiva possono sospendere la loro vocazione totalizzante apprendendo a combinarsi con le figure della psiche in forme simboliche che le trascendono.

Ciò costituisce sul piano psicologico il terreno elettivo dell’esperienza autentica di sé, là dove sia possibile adoprarsi a una concezione più completa dell’esistenza quale ambito d’insieme tra l’io e l’inconscio, con tutta la gamma di concordanze e discordanze che ciò comporta.

Come Jung amava ripetere, la funzione inferiore della personalità rappresenta la porta attraverso cui gli angeli e i diavoli fanno ingresso nelle nostre vite. Tutto quel che davvero ci emoziona e meraviglia passa inevitabilmente di lì.

Per onorare i nostri impegni terapeutici (in primis, di auto-terapia) senza ridurli a meri maquillages del conscio, è indispensabile saper sostare su tale soglia immaginale, prendersene cura e farne il nostro campo base. Questo è, infatti, il basamento specifico su cui poggia il cammino dell’individuazione psicologica, un mixtum compositum di
conscio e inconscio che configura i simboli per l’
autentica trasformazione della personalità.

A questa esperienza, legata alla prassi, è possibile riferirsi parlando di autenticità in modo proprio, senza timore e indulgenze razionali; poiché, sul piano psicologico il senso dell’autenticità coincide con il mistero dell’individuazione.

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