“MEDIUM”, un film sull’importanza dell’invisibile che ci trasforma (di Laura Cini) | RaiCinema & Zenit Arti Audiovisive

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🖋️ «Jung si rende conto che se non veniamo a patti con i morti semplicemente non possiamo vivere, e che la nostra vita dipende dalle risposte che diamo alle loro domande rimaste senza risposta.»
(S.Shamdasani)
 

📣 DIRETTA LIVE:

Lunedì 20 luglio, ore 21:30, presenteranno il film la regista Laura Cini con Cinzia Masotina e Emanuele Casale (del Jung Italia)- La diretta sarà visibile sulla pagina facebook del Jung Italia

Trama del film

🖋️ «I morti che ci assediano sono anime che non hanno adempiuto al “principio di individuazione”, altrimenti sarebbero diventate stelle lontane. Nella misura in cui non vi adempiamo, i morti hanno un diritto su di noi e ci assediano, senza che noi possiamo sfuggire loro.» (Jung – Libro Rosso)

Due toccanti storie che riemergono grazie alla forza degli affetti e al contatto con l’aldilà.

Tarika ha dedicato la vita a imparare a gestire le sue capacità innate di comunicare con l’aldilà. A lei arrivano Sirio, un uomo la cui vita è stata spezzata dalla drammatica morte della moglie e Nadia, una donna brillante con un oscuro trascorso con i genitori. Attraverso le doti di Tarika di varcare la soglia della vita, Sirio e Nadia si spingono oltre i propri limiti guadagnando una sorta di tempo supplementare per affrontare l’irrisolto con i propri defunti, che si rivela essere uno specchio di conoscenza della natura più profonda di loro stessi e del loro percorso umano.

Il perché del film. Note di regia.

(parla Laura Cini, la regista)

“Medium” mi ha dato la possibilità di arrivare in profondità della mia esplorazione del mondo dell’invisibile, da sempre il tema principale della mia ricerca artistica e personale. Questo forse perché la mia infanzia è stata condizionata dalla percezione di un mondo altro con esperienze che mi hanno incuriosita, ma anche impaurita.

Conoscere Tarika mi ha dato la possibilità, dopo tanto tempo, di comprendere quelle esperienze in maniera diversa. Tarika ha trascorso la vita a lavorare sulle sue capacità spontanee e oggi si dedica con trasporto alla ricerca medianica, aprendo la porta tra noi e il mondo dell’aldilà.

La mia scelta è stata comunque quella di non concentrare lo sguardo sulla questione del credere o non credere alla sopravvivenza dell’anima, che resta per me una ricerca intima e personale, ma di affidare la narrazione a storie di personaggi la cui evoluzione personale è stata in qualche modo interrotta dall’esperienza della morte altrui.

Grazie alla profonda vicinanza tra me e loro, ho potuto seguirli in questo viaggio tra i due mondi. Sfidando i loro tabù culturali e limiti emotivi in questa esperienza estrema, i personaggi ritrovano la possibilità di confrontarsi con i loro cari o con quelle parti di loro stessi che la morte aveva portato con sé trovandosi davanti a un più vasto senso di continuità dell’esistenza che lo spettatore potrà interpretare secondo la propria sensibilità, coscienza e sistema di valori.

Ho abbinato uno stile documentaristico prettamente osservativo alla messa in scena più soggettiva dell’invisibile che ci circonda, negli spazi, negli ambienti, negli oggetti, nei ricordi – un aspetto strettamente legato alla mia personale ricerca e visione della realtà.

Laura Cini Regista
Laura Cini (Regista)

Intervista alla regista Laura Cini

– 1. Medium è un documentario che sembra nascere dall’esigenza di avvicinarsi alla spiritualità.
Quando hai pensato di voler realizzare questo documentario e cosa ti ha spinto a farlo?

È stato un processo piuttosto singolare; avere l’idea e poi trovarmi nelle condizioni di farlo è stato un tutt’uno. Non ho avuto neanche il tempo di capire che lo stavo facendo davvero. Ma era qualcosa che stava e lavorava dentro di me da molto tempo.

Fin da piccola ho avuto un canale di percezione molto aperto e mi succedevano cose che mi spaventano molto e mi condizionavano la vita. Per spirito di sopravvivenza, sono riuscita a chiudere quel canale, in qualche modo. Fascino per
quel mondo e curiosità non mi hanno mai abbandonato però, e soprattutto per indole non mi do pace finché non affronto le cose che mi fanno paura.

A un certo punto ho pensato che, forse, avevo raggiunto la maturità necessaria, sia interiore che professionale, per affrontare il tema con i miei strumenti; il documentario. Da lì come dicevo, è stato un attimo, è partito un meccanismo, sia narrativo che produttivo, che nessuno è più riuscito a fermare.

– 2. Il tuo percorso continua un’accentuata riflessione sull’energia femminile, per i più scettici, il dono di Tarika può essere visto anche come un mezzo per riconciliarsi con se stessi attraverso lo spirituale?

Io ho voluto fare un film che respirasse oltre la barriera dello scetticismo e delle convinzioni personali. Io stessa non mi definisco una persona spirituale nel senso che si dà comunemente al termine, che quasi mi mette a disagio.

Per me l’importante è esplorare oltre i confini oggettivi, affinare sguardo e percezione, interrogarsi e cercare più a fondo, uscire dalla zona di confort, inseguire la libertà di pensiero. Penso che facendo questo, si apra un mondo molto più ampio di possibilità, che ci permette di sorprenderci a trovare, in noi stessi e negli altri, lati sconosciuti e inimmaginabili.

Credo che l’unico senso della vita stia nell’evolversi, e che la riconciliazione è il passo precedente a ogni tipo di evoluzione, poco a poco, pezzo per pezzo, fin dove si può arrivare. E ritengo prezioso qualunque mezzo sia a nostra disposizione per lavorare su questo processo.

– 3. La tua storia personale si intreccia con le vicende raccontate nel documentario, com’è stato lavorare con e su tua madre? Come hai vissuto da regista un coinvolgimento emotivo così forte?

Questo lavoro è stato semplificato dal fatto che per la maggior parte delle riprese, non sapevo se mia madre sarebbe stata un personaggio definitivo del documentario, per cui giravamo senza troppa ansia, né stress. Poi lei è una persona molto simpatica e ironica che rende sempre tutto piacevole, e questo lo pensavo anche quando avevo grossi problemi con lei.

Ho infatti avuto un rapporto molto conflittuale con mia madre, ma avevo già perdonato e risolto molto tempo prima di girare questo documentario. I suoi genitori non li ho mai conosciuti, ne avevo sentito parlare da lei, ma per me appartenevano a una sorta di dimensione mitologica.

Il primo coinvolgimento personale l’ho avuto quando ha parlato con sua madre, mia nonna, e lì ho cominciato a sentire un senso di appartenenza che non mi aspettavo – e oggi, guarda caso, vivo a Torino che è la città dove lei ha vissuto ed è morta. Per il resto non sapevo e non mi chiedevo troppo, lasciavo che le cose succedessero senza cercare niente per forza. Anche la mia entrata in campo non è stata studiata, è arrivata a un certo punto perché la ritenevamo funzionale a farla sentire più a suo agio, quando ha cominciato ad aprirsi sul serio.

Ci siamo trovate a leggere il suo diario davanti alle telecamere e io non l’avevo mai visto prima di allora. Ma durante tutta la fase di riprese, io mi sono tenuta un passo indietro perché lo vivevo come il suo percorso di riconciliazione, non il mio. Quando ho capito che lei poteva finalmente rincontrarsi, in qualche modo, coi suoi genitori, è stato emozionante pensare di averle potuto regalare questa esperienza.

Diciamo che mi sento di averla trattata come avrei trattato qualsiasi altro personaggio, seppur con un grado di conoscenza maggiore. È stato nel tempo, a documentario finito, che mi sono resa conto che questa esperienza condivisa ha lavorato ulteriormente anche nel nostro rapporto personale facendoci diventare famiglia, come famiglia non ci eravamo mai sentite.

– 4. La storia di Sirio è molto toccante, avevi intercettato altre storie o ti sei focalizzata subito sulle
due raccontate nel film?

Entrambe le cose, a dire il vero. Conoscevo bene la storia di Sirio, che è un amico nella vita. Quando ho conosciuto Tarika, mi è venuto spontaneo dirglielo, a prescindere dal documentario. Lui ha pensato subito che se succedeva una cosa del genere, era perché doveva essere e ha espresso il desiderio di andare a parlare con la moglie. Non sapevo se sarebbe diventato uno dei personaggi, ma gli ho chiesto se potevamo riprendere l’incontro.

E ho fatto la stessa cosa con mia madre. Per preservare l’intimità del momento, avevo pensato di provare a girare i colloqui senza la mia presenza né quella della troupe, lasciando due telecamere fisse e seguendo il colloquio con i microfoni dall’esterno. Non sapevo se poteva funzionare e volevo testare con persone con cui avevo confidenza. Per cui hanno acconsentito di fare da cavie, loro due e un’altra persona.

Il primo colloquio di Sirio è stato molto intenso e ho deciso di continuare a seguirlo. L’altra storia l’ho abbandonata perché coinvolgeva altre persone che ne erano all’oscuro ed era un terreno troppo delicato. Con mia madre, invece ho pensato che fosse finita lì. La vedevo giocare con l’esperienza, chiusa nel suo scetticismo, ma sentivo che proprio per questo sarebbe stato interessante seguirla nel caso ci fosse stato un cambiamento.

Così ho preso tempo e ho provato anche a seguire altre storie, ma al secondo colloquio mi è stato chiaro. Mia madre si è sbloccata improvvisamente e mentre ascoltavo il secondo colloquio di Sirio in cuffia in diretta, ho avuto i brividi tanto poneva quesiti esistenziali sui rapporti che riguardano tutti. A parte il lato toccante delle loro storie, si sono messi a nudo tutti e due profondamente, e non potevo chiedere niente di più speciale.

– 5. La scena finale di Medium sembra suggerire un risveglio sereno dopo una tormenta, quanto è
stato utile per te stessa e per la tua storia lavorare a questo progetto?

La scena finale è stata una mia piccola concessione d’autrice, sostenuta anche caldamente dal mio montatore. Racchiude il senso della mia esperienza, da molti punti di vista. Quello medianico prima di tutto; il documentario mi ha fatto riconciliare con questo tema che mi aveva procurato così tanta paura e dopo un percorso di conoscenza è arrivata la serenità a riguardo.

Poi psicologico, ogni volta che affronti un dolore, una pena, un conflitto, poi è come rinascere ogni volta con un grado di consapevolezza e serenità maggiori. E anche, in un’ottica più simbolica, la vita che va avanti inarrestabile oltre e nonostante le nostre piccole grandi crisi.

Personalmente, il percorso di Medium è stato molto impegnativo e mi ha messo anche in situazioni che ero impreparata ad affrontare. Sono convinta che mi abbia fatto crescere molto, e che questo percorso di crescita sta continuando tuttora. Mi sento più solida. Ho avuto anche un lutto in famiglia di recente, e mi sono sorpresa ad affrontare il breve e intenso periodo di malattia con una forza d’animo e delle risorse che di sicuro non possedevo prima. Anche solo per questo, credo ne sia
valsa la pena.

– 6. Raccontare attraverso il documentario come fai tu pone sempre delle questioni di sguardo
importanti, per una documentarista quanto è importante la scrittura nella sua opera e come ci si
approccia alla realtà e ai personaggi che si cerca di raccontare?

Più che di scrittura vera e propria parlerei di scrittura cinematografica e montaggio creativo. Il documentario che più mi piace è quello d’osservazione. Mettersi da una parte e lasciare che le cose succedano senza forzare niente.

Io se potessi girerei all’infinito, ma visto che non è plausibile, cerco di capire quali sono le situazioni più adatte a raccontare i personaggi e le loro storie e far fluire le emozioni. Nel caso di Medium, per quanto riguarda i personaggi di Nadia e Sirio, mi è stato più facile perché li conoscevo bene e sapevo individuare le situazioni che li rappresentassero di più.

Altrimenti supplisco con una parte di sviluppo molto ampia, in cui mettere i personaggi a proprio agio davanti alla telecamera, far passare loro ogni tipo di ansia da prestazione. E quegli speciali momenti di verità prima o poi arrivano. Lasciarmi sorprendere e scoprire le cose mentre succedono è quello che mi fa amare il documentario. Non sapere dove stiamo andando è entusiasmante, a dispetto del timore, a volte, che si possa non andare da alcuna parte…

Abbiamo scoperto le cose mentre giravamo, e quindi ho vissuto le emozioni in diretta coi personaggi e anche il mio stesso tempo di reazione diventa reale. Nei precedenti documentari ho portato elementi di scrittura e messa in scena creativa per esprimere il mio sguardo sull’invisibile, che è un tema a me molto caro.

Fa parte del modo in cui vedo e vivo la vita; senza le trame dell’invisibile, negli spazi, nelle relazioni, nei pensieri, la realtà mi sembrerebbe spogliata della sua dimensione più interessante e quindi, paradossalmente, meno reale. Ma in Medium, non ho portato elementi del genere perché il tema era già l’invisibile.

I voice over che sentiamo nel film che a volte accompagnano le foto sono estratti dei reali colloqui avvenuti tra Tarika e Nadia e Sirio. E anche quelli che accompagnano Tarika sono reali canalizzazioni fatte da Tarika nel corso delle riprese. Non ho scritto niente. Ho avuto un occhio particolare per la messa in scena degli spazi, le case vuote, abitate da presenze, o in attesa che l’occupante torni. Ma questo fa proprio parte del mio modo “animista” di vivere la realtà. Comunque è sempre la realtà che mi interessa cogliere.

Laura Cini Regista Medium
Una video intervista alla regista Laura Cini

FINE.



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