“Gli spostati. Vivere senza amore”. Un libro dedicato a molti di noi (di Carla Stroppa)

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Gli spostati. Vivere senza amore (Carla Stroppa) - Moretti&Vitali
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Carissimi lettori del blog,

questo qui presente è il nuovo libro dell’analista junghiana Carla Stroppa, che molti di voi già conoscono anche per i suoi precedenti saggi molto letti e amati, come “Sulla soglia di casa. Abitare tra sogno e realtà”, “Il doppio sguardo di Sophia. L’eterno femminino e il diavolo, nella vita e nella letteratura”, “Fantasmi all’opera. L’imperiosa realtà dell’illusione”, e altri.

Tutti i testi, incluso questo appena uscito, sono editi dalla meravigliosa casa editrice Moretti&Vitali.

Non voglio perdermi in chiacchiere e preferisco lasciare la parola direttamente all’autrice, lasciandovi qui l’introduzione ripresa dal libro.

BUONA LETTURA!

PS: se ti interessano altre LIBRI CONSIGLIATI, puoi andare alla sezione LIBRI del Jung Italia

Profilo Carla Stroppa Psicoterapeuta Junghiana
Carla Stroppa, analista junghiana. QUI il suo profilo professionale

 

di Carla Stroppa

Dedicato a:

tutti coloro che non si sono sentiti visti e amati e perciò hanno tanto faticato a vedere se stessi, ad amarsi e ad amare.

A tutti coloro che inciampano nei loro stessi passi perché non hanno potuto individuare il loro centro di energia e di autenticità, quel senso di sé senza il quale non si trova il proprio posto nel mondo e si finisce per inseguire mete che, prima o poi, rivelano il loro punto di collasso e la loro irrilevanza ai fini di un’esistenza che si possa dire veramente umana e piena.

Dedicato a coloro che, disillusi sino al midollo e senza speranza di riscatto, si ritirano dal mondo e approdano al cinismo che li trasforma via via in malinconici e, non di rado, supponenti affossatori della bellezza e dell’amore.

Dedicato a coloro che si sentono asini, senza sapere che la loro asinità fatta di temporaneo smarrimento dell’Io può preludere a un percorso di conoscenza spirituale e iniziatica e dunque al riconoscimento di una costellazione interna, di un mito di fondo entro il quale l’Io stesso guadagna sicurezza e individua la terra immaginale sulla quale muovere i suoi passi appropriati sentendo un’arcana e cogente familiarità con approdi ignoti, forse mai conosciuti dall’Io eppure tanto riconoscibili dall’anima che, proprio in questa terra, si risveglia, donando finalmente all’Io quel senso di appartenenza senza il quale si sente uno spostato.

Ma non è facile rivolgersi, come sto tentando di fare, al nucleo ancora innocente dei lettori: rivolgersi al fanciullo rintanato in qualche segreta della psiche, al fanciullo che ha bisogno d’amore, che non parla e non comprende il discorso dell’adulto che egli stesso è diventato, non lo comprende più esattamente come l’adulto in carne e ossa, che vive fuori di lui e accanto a lui, non comprende più il suo discorso, il suo bisogno, il suo essere ancora traboccante di sogno e di meraviglia, sebbene l’adulto parli anche troppo e troppo spesso di vane cose, vuote di sentimento.

Smontare la facciata fasulla dei discorsi, senza costruirne un’altra altrettanto barcollante e fasulla, è impresa utopica e ardua, sempre a rischio di fraintendimento e di sdrucciolevoli sconfinamenti. Tant’è, questa è la tensione che mi motiva a scrivere, a orientare il mio lavoro clinico e la mia direzione di vita. È il mio nord e il mio sud.

Nel solco conoscitivo della psicologia analitica di C.G. Jung, ma in modo sostanzialmente indipendente dalle astrazioni teoriche, che rimangono implicite e ben interiorizzate, beninteso, senza per questo determinare in modo lineare la rotta del mio argomentare più incline alle strade traverse, desidero piuttosto raccontare: un po’ favoleggiando, un po’ parodiando, un po’ giocando con i paradossi del pensiero e del linguaggio, molto disquisendo su seri argomenti.

📝 LEGGI ANCHE: I 10 libri fondamentali di Psicologia Analitica (Junghiana) per iniziare a conoscerla

Lo faccio in costante ascolto delle voci plurime che mi raggiungono, uscendo dalle bocche dei miei pazienti, e dalle pagine dei numerosi libri che leggo e che mi stupiscono ogni volta per come le medesime cose possono venire dette con linguaggi e narrazioni differenti, come fossero declinazioni potenzialmente infinite di un medesimo paradigma o, se vogliamo, combinazioni mutevoli e stupefacenti di immagini create dallo stesso caleidoscopio: dal medesimo sguardo che le guarda spostando di volta in volta l’angolo visuale in funzione dei differenti sguardi che incontra, ma sempre rispettando il mistero di fondo della psiche umana.

Dedicato a tutti coloro che ce l’hanno fatta a dare un senso alla loro vita, proprio a partire dallo squarcio che il dolore e lo smarrimento ha aperto nel loro cuore e nella loro mente.

Dedicato a coloro che hanno il coraggio di un pensiero libero. A tutti quelli che come l’Odisseo conoscono la tensione all’oltre e, per assecondarla, non temono di navigare in mare aperto e, quando le circostanze lo richiedono, non temono di invertire la rotta e di assumersene la responsabilità; tuttavia in questa tensione non si perdono perché comprendono che l’orizzonte dell’avventura è la vita, nient’altro che la vita in quanto tale e comprendono che la semplice, naturale fede in essa è l’unica forza capace di opporsi alla follia dell’efficientismo occidentale vuoto d’amore e di bellezza.

Infine, dedicato a quelli che, magari solo confusamente, percepiscono la sovranità dell’eros per la sussistenza dell’anima e in svariati modi si oppongono alla sua storica e desolante detronizzazione, perché sentono che ovunque essa dimori, lì e solo lì – benché si tratti di un dove oramai spostato dalla corrente dominante – ha ancora senso dimorare.

E dunque in estrema e tangenziale sintesi, dedico questo mio lavoro a chi problematizza l’antropologia attuale che procede verso una progressiva e irreversibile artificializzazione della natura umana dell’ambiente: a chi si oppone all’approdo post-umano di una ricerca tecnico scientifica indifferente all’etica che trasforma gli individui in meri flussi di informazioni cerebrali interconnesse.

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INTRODUZIONE

Questo libro prende avvio da una parola, un termine che negli ultimi tempi si è stagliato sopra gli altri nella mia mente e nel mio cuore. Un termine che si è imposto da sé e ha continuato a interpellarmi facendo presa sul mio immaginario, stimolandolo, mettendolo in movimento. Il perché di questa presa l’ho capito dopo, nell’atto stesso di scrivere e di cercare collegamenti, rubandoli come sempre da frammenti di memoria, di storie cliniche e da passi letterari.

“Spostati” è il termine che magnetizza il ricordo di tante persone incontrate in analisi che, pur nella differenza delle loro storie e delle loro personalità, condividono un sentimento di estraneità e di mancanza di amore. Stanno male nel posto in cui vivono, la famiglia, il lavoro, la società. Si sentono fuori, spostati appunto dal centro palpitante di se stessi e del mondo.

Ripetutamente questo termine ha fatto irruzione nel mio setting attraverso le circostanze, i racconti, le espressioni, la sofferenza e la speranza dei miei pazienti. Mi ha così costretto a una sorta di dialogo costante con la realtà che (il termine) designa, con le storie di vita dalle quali fuoriesce come lamento e come contraddittorio spunto creativo, ivi compresa la mia di vita.

Ovviamente, giacché il gioco di confronti e rispecchiamenti è del tutto naturale e inevitabile. Negarlo sarebbe un atto di stupida supponenza. Sicché ciò che farò in questo libro altro non sarà che girare attorno a questo termine guida, calamitata dagli echi e dalle risonanze dei suoi vari livelli di significato e di rappresentazione narrativa. Mi limiterò a lumeggiare solo qualche vago riflesso che spero in ogni caso significativo.

Come sempre cercherò di edificare un ponte tra pensiero e immaginazione, fra la concretezza del dettaglio clinico e il respiro dell’astrazione, consapevole che proprio questa edificazione è il movente e l’esito del mio viaggio personale, ma certo non ne parlerei se fosse solo una questione personale e se non avessi constatato che, al di là dell’assunto teorico sulla necessità di integrare queste due dimensioni della psiche che con buona approssimazione possiamo attribuire alla concretezza femminile e all’astrazione maschile, di fatto è uno degli esiti possibili o comunque desiderabili del percorso psicoanalitico. Seguirne la costruzione consente di entrare nelle storie di vita e farle per così dire parlare dal dentro, aprendole nel contempo a una dimensione narrativa.

Forse a prestarsi meglio sono le storie più dolorose, ma sono anche le più significative, quelle in cui anche altri si possono rispecchiare. Il collante di questa costruzione è costituito da un impasto speciale fatto di corpo e anima che parlano di sé senza troppe mediazioni teoriche, che ovviamente ci sono ma perlopiù rimangono implicite, in sovraimpressione proprio per non sovrapporsi al discorso diretto del mondo interiore e della realtà del sentire.

***

Quanti abbagli si prendono nella vita! Quanti inconsapevoli spostamenti dal luogo (dallo spazio psichico) in cui si dovrebbe essere per stare bene, in armonia con se stessi e col mondo! Perché accade? Com’è che ci si trova lontani dal proprio centro di energia, senza neppure aver registrato lo spostamento mentre avveniva? Com’è che senza saperlo operiamo un costante e massimamente invalidante “soggetticidio”?

«Ma cosa diavolo ci faccio io in questo posto qui? Perché e come sono finito in questa situazione dalla quale non posso evadere? Attraverso quali vie mi sono spostato dai miei veri interessi? Quando li ho abbandonati e perché poi?».

Uno stato di profondo spaesamento emerge da frasi come queste, alle quali fanno spesso da contrappunto sogni che rilanciano e amplificano il tema, come quando si sogna di trovarsi nel deserto, persi in labirinti senza uscita, senza più documenti, nel folto di foreste oscure e via dicendo. Ho ascoltato più volte simili frasi e lo stesso ho ascoltato spesso i racconti di simili sogni.

Mentre trascrivo queste cose ho in mente, vedo quasi, le persone che le hanno pronunciate e i loro sogni. Mi vengono in mente le loro storie, le strade ingarbugliate dei loro cammini relazionali, professionali, di vita insomma, e mi vengono in mente le complicazioni transferali e le difficoltà a procedere.

Quasi tutte queste persone hanno operato sulla scia di sogni, ambizioni e speranze che sino a un certo punto della vita sono parse giuste e funzionali all’adattamento, ma da un certo punto in avanti, senza che la coscienza partecipasse al processo, si sono rivelate nel loro lato fuorviante, a volte persino repellente.

Matrimoni, carriere, amicizie perseguite con entusiasmo, improvvisamente o lentamente ma inesorabilmente si offuscano e vengono attraversate da stanchezza, demotivazione, indifferenza.

“Ma allora sono un idiota? Uno scemo? Un folle, un irrecuperabile fallito” oppure sono gli altri ad apparire scemi, inadeguati, cattivi. Comunque, sia che lo sbaglio venga attribuito a se stessi o agli altri, il risultato è sempre una penosa sensazione di spostamento dal flusso della vita.

In quale momento della vita si imbocca una deviazione che sposta inesorabilmente dalla patria naturale? In quale momento si sono abbandonati o si è stati abbandonati dai veri amici, magari per inseguire mete ambiziose ma prive di umanità? Come è accaduto che l’amore si sia trasformato in odio? L’appartenenza in disagio e persino in alienazione? Quale inganno confonde il cuore e la mente sempre in cerca del loro posto giusto? Quali circostanze favoriscono questo deragliamento dal viaggio della vita e magari lo generano?

Ecco qui, senza ordine né apparente orientamento, alcuni modi di dire, o meglio di sentire tipici, raccolti dalla voce dolente di più persone che tra uno spostamento e l’altro, un po’ ubriacate dall’oscillazione fra il di qui e il di là, afflitte dai loro ciechi tormenti, come Odissei in cerca di un nostos, giungono alfine in analisi con la speranza di capire i motivi del loro tormento e di correggere la rotta sino a ritrovarsi al posto giusto vivendo la propria vita in patria, sia essa terra ferma, aria o acqua, carezza o spada perché, come dice Ulisse “Ama cose diverse ogni uomo”.

Certo le risposte sono individuali e mai esaustive, ma farsi le domande giuste è già un modo per mettersi sulla strada di una possibile trasformazione.

Sulla traccia del pensiero di James Hillman, che ha proposto la metafora della ghianda dell’identità quale nucleo individuativo che può svilupparsi o abortire nel rapporto con l’ambiente, possiamo dire che talvolta «siamo stati derubati della nostra vera biografia – il destino iscritto nella ghianda».

Ci sentiamo dunque stranieri, spostati dal nostro centro di gravità che poi altro non è che il nostro Sé, e allora «Al posto dell’eroe, non abbiamo tanto un antieroe, quanto, piuttosto, un essere umano negato; un’assenza di Sé e del pensiero dove un tempo c’erano presenza, insight e ricerca dell’anima».

Tuttavia a volte lo spostamento è precisamente quello che ci vuole per raggiungere stati di maggiore consapevolezza e creatività: una certa destabilizzazione è il prezzo da pagare per attivare la leva della trasformazione che fa girare la ruota della vita.

Ci si sposta da una scena vista mille volte da vicino, vissuta e patita da dentro ma con totale cecità della sua regìa. Cosa, chi e perché manovra le dinamiche è del tutto oscuro e si preferirebbe non saperlo perché può essere troppo perturbante e può richiedere una responsabilità umana ed etica che si preferisce ignorare.

Comprendere i propri limiti e quelli delle persone che si amano non è cosa facile e certo non è da tutti. Comprendere poi le dinamiche storiche e politiche dentro le quali si giocano il nostro pensiero e il nostro comportamento, è impossibile: è materia oscura e troppo complessa.

«Come i fenomeni della meccanica quantistica, che governano i circuiti all’interno dei nostri computer, la materia oscura dell’universo è invisibile, ma, come la gravità, è il collante che tiene insieme il tutto. E c’è una forma di materia oscura che sta manovrando il nostro mondo. L’invisibilità della materia oscura della globalizzazione pone grandi sfide alle molte persone che non sono state in grado di identificarsi con l’universo delle applicazioni. In un mondo di complessità, in cui ognuno gioca la propria piccola parte trasmissiva, molte persone sembra stiano battendo in ritirata».

Troppi preferiscono (o non possono fare altro che) continuare a procedere con occhi bendati, cuore e mente anestetizzati. Dolorosamente spostati da se stessi o resi del tutto insensibili dall’alienazione.

Ancora Bollas:

«Il prezzo da pagare ora alla civiltà è il fatto che i Sé sono dominati non tanto dal Super-Io quanto piuttosto da un Io che riduce le capacità interiori attraverso forme del pensiero gravemente compromesse».

Il registro individuale si intreccia con quello collettivo, sempre e inevitabilmente.

Diviene quindi necessario acquisire un punto di vista un po’ dislocato, alias spostato dalla scena. Occorre capire qualcosa di quello che lì dentro sta avvenendo, per formarsi un proprio pensiero, una propria visione e per cercare alternative e nuove possibilità.

In buona sostanza per divenire consapevoli del ruolo giocato da se stessi e dagli altri nella scena in cui si è coinvolti e dunque decidere cosa lasciare cadere nel vuoto e cosa tentare di correggere e coltivare per attivare la ruota del divenire. Occorre spostarsi quel tanto che basta, né troppo da perdere la percezione dei dettagli significativi e il fuoco della visione, né troppo poco da perderne la prospettiva complessiva.

Come diceva C.G. Jung «un piede dentro e uno fuori», collocandosi in un punto intermedio che rende possibile visualizzare il punto di fuga, l’incrinatura, l’errore o la frattura, lo spostamento patologico che ha fatto smarrire l’autenticità della propria vita proprio mentre la si cercava.

Forse l’autenticità è stata confusa dalle circostanze sin dall’inizio. Occorre saperlo per correggere quel tanto che le circostanze attuali consentono. Senza trionfalismi e senza illudersi di risolvere ogni cosa giacché nella vita c’è veramente un fondo misterioso e immodificabile che dovremmo solo imparare ad accettare, ma è pur vero che ogni determinismo, quando lo si conosce, diviene uno strumento di libertà e di trasformazione.

Se lo sguardo è acuto e la passione conoscitiva è autentica, se non è mossa da ambizioni solo egoiche ma da necessità del Sé, se il pensiero è abbastanza audace da spingersi sino alla sua suprema decifrazione, allora avrà la rivelazione di quanto le sue alzate di ingegno paradossalmente si basano sull’esistenza del non-pensiero.

I maestri ci insegnano che è questo il vero approdo della coscienza, e nondimeno ci insegnano che l’essere umano può anche giungere
a quella distanza ideale in cui guardandosi dall’esterno (ma non troppo) non si vede più brutalmente spostato dal proprio centro vitale, non più esiliato o relegato alla periferia, ma «piuttosto si sente come chi è naufragato fortunosamente sull’isola misteriosa della sua stessa vita, ed è lì a tentare di recuperare, le tracce, le orme, che in un tempo lontano vi aveva lasciato».

Forse su quell’isola ci sono ancora le orme del bambino che giocava e si apriva alla vita con slancio e curiosità, con allegria, pronto a imparare e a vivere. Ci sono i luoghi delle sue illusioni necessarie dove le fantasie mimano la vita in attesa di una messa in forma del pensiero. Ma dovrebbe essere un pensiero capace di includere in sé il doppio di ogni cosa.

Anche Piero Citati mobilita l’immagine della soglia dove riferendosi a Chuang-tzu

«ci consiglia di non restare di qua, sulla terra, né di andare di là: ma di soffermarci sul crinale, sul bilico, da quale tutto ci appare sovranamente irreale (…) una mente purissima conduce il pensiero all’estremo del suo rigore, al punto oltre il quale non può spingersi, dove avvertiamo il brivido dell’invalicabile. Ma proprio lì, il pensiero viene deriso: Chuang-tzu allude, accenna, ironizza, comincia a giocare; una grande dimostrazione filosofica diventa un apologo o un raccontino o una commediola, che potrebbe piacere a un bambino. Così il pensiero non ha più nulla di astratto; e ci sorride amabilmente, incarnato in queste deliziose spoglie concrete».

Che vertiginosa differenza di visione tra questa amabile e leggera consapevolezza che fa pensare alle lezioni americane di Italo Calvino e al tratto mercuriale della psiche, e la pesante e noiosa seriosità del pensiero senza anima che la vulgata modernista vorrebbe fare passare per evoluto!

Oramai tutto appare scisso, spezzato in due tanto nell’animo individuale che nel collettivo e ne facciamo sempre di più le spese in termini di infelicità, di malattia e di disorientamento.

Il mondo non rispecchia più il Sé interiore che proprio per questo non si manifesta e non cresce, proprio come un bambino che non viene visto e amato. Allora a morire è l’unicità dell’essere, la sua personale ragione di vita che è tanto più a rischio quanto più la collettività insegue un modello di normalità che, come taluni autori autorevoli hanno denunciato, diviene “normopatia”. L’individuo creativo, provvisto di sensibilità al mondo interiore, dentro questo modello non può rispecchiarsi e definirsi.

Winnicot negli anni ’70 stava mettendo a punto il profilo della normopatia, ma purtroppo è morto prima di poterlo proporre come una declinazione della teoria della personalità.

Il tema è ripreso da Bollas nel suo libro L’età dello smarrimento:

«Una persona normotica è qualcuno che è anormalmente normale. Troppo stabile, sicuro, tranquillo ed estroverso. È totalmente disinteressato alla vita soggettiva e tende a badare alla materialità degli oggetti, alla loro realtà concreta o ai “dati” relativi a fenomeni concreti».

FINE.

 

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Carla Stroppa
Lavoro su Bergamo e Milano. Mi sono laureata in psicologia a Padova col massimo dei voti. Sono psicoterapeuta e psicanalista junghiana diplomata al CIPA, attualmente sono membro didatta dell’ARPA (Associazione Ricerca in Psicologia Analitica). Svolgo la mia attività clinica privatamente da oltre 30 anni e seguo allievi in formazione. Sono direttrice scientifica della casa editrice Moretti e Vitali e co-direttrice della rivista culturale "QuiLibri". Ho insegnato presso la Scuola di Psicologia della salute dell’Università di Torino. Sono autrice di numerosi saggi di ambito analitico/letterario apparsi su riviste specialistiche e in libri collettanei. Per Moretti e Vitali ho pubblicato: - La luce oltre la porta. Dei e Muse nel teatro dell’anima (2007); - Il Satiro e la luna blù. (2009); - Fantasmi all’opera (2013); - Il doppio sguardo di Sophia. L’eterno femminino e il diavolo nella vita e nella letteratura (2016). - Sulla soglia di casa. Abitare tra sogno e realtà. (2019) Tengo seminari e conferenze. Ho partecipato in qualità di relatrice a convegni nazionali e internazionali in ambito junghiano. Il focus del mio interesse si rivolge a intercettare i collegamenti simbolici e pratici fra la sofferenza individuale e la sofferenza dell’ambiente di appartenenza, in una prospettiva proiettata oltre i riduttivismi teorici e la parcellizzazione del sapere, alla ricerca dell’unità di fondo sia nell’anima individuale che nell’anima del mondo. Per farlo, nel solco dell’insegnamento junghiano, cerco di intercettare il filo rosso e le analogie di senso fra le storie cliniche e le grandi narrazioni (letteratura, arte, mitologia, filosofia) che il sapere umanistico ci ha tramandato e che continua a declinare nei linguaggi contemporanei, ivi compresi quelli della scienza. Parafrasando Albert Camus potrei dire Nel mondo c'è la bellezza. E c’è chi soffre. Io vorrei essere fedele a entrambi. Per bellezza deve intendersi, come insegna il mito di Amore e Psiche, il viaggio faticoso della psiche alla ricerca del suo Eros.

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