I giorni delle ombre. Riflessioni sui riti del solstizio d’inverno, i “morti” e Jung (di Giada Bossi)

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1937
tratta da "The Shortest Day", racconto di Susan Cooper, illustrazioni di Carson Ellis
tratta da “The Shortest Day”, racconto di Susan Cooper, illustrazioni di Carson Ellis

Sono lieto di ospitare un bellissimo articolo a tinte “junghiane” di Giada Bossi, dott.ssa in psicologia clinica, antropologa e giornalista. Il tema, come da titolo, è il simbolismo del solstizio invernale.

Buona lettura!


Giada Bossi Psicologa Junghiana
Giada Bossi

“L’uomo moderno non si rende conto di quanto il suo razionalismo -che ha distrutto la sua capacità di rispondere ai simboli e alle idee soprannaturali – lo abbia posto alla mercé del mondo sotterraneo della psiche. Crede di essersi liberato dalla “superstizione”, ma in questo processo egli è venuto perdendo i suoi valori spirituali in misura profondamente pericolosa, e ora egli paga lo scotto di questo suo naufragio nel disorientamento e nella dissociazione generali.”
(Jung, Introduzione all’inconscio)

Ilsolstizio invernale non è per noi altro che un fenomeno astronomico, quasi impercettibile dietro le luci elettriche e i ritmi della vita moderna, ormai incuranti dei cicli naturali.

Per l’uomo antico, e fino a non molto tempo fa, era invece un evento molto evidente, in cui si osservava con un misto di gioia e timore il sole cedere di fronte alle tenebre, per poi rinascere ogni volta dal buio, rinnovato, insieme alla natura intera.

Nella tradizione europea la celebrazione di questa importante ricorrenza, festosa ma non priva di inquietudine, era prescritta da molti riti che la facevano entrare nell’esperienza di ognuno e insieme la incanalavano e la dirigevano.

Il folklore legato alla celebrazione del solstizio d’inverno, in alcune zone d’Europa ancora vivo, offre un materiale molto ricco che è interessante esplorare perché parla non solo degli uomini e del loro modo di rapportarsi ai cicli naturali e cosmici, ma, specularmente, anche dell’anima e delle sue leggi. In particolare, questa festa consentiva agli uomini di esplorare, ampliare e di vivere da protagonisti il tema dell’alternanza e della coesistenza di ombra-luce/morte-vita con le relative associazioni simboliche.

I riti solstiziali mettevano a disposizione simboli numinosi, vitali ed essenziali, che indicavano come riunire gli opposti, e l’esperienza collettiva di questi simboli si proiettava poi nella sfera individuale. Il declino dei riti, nel periodo attuale, segna anche la perdita – o l’allontanamento – di queste figure vivificanti.

E non è forse questa perdita anche una perdita di anima?

 

– Sol “stat”

Vedendo il sole sempre più freddo e lontano nel cielo, gli uomini delle antiche società agrarie dovevano sentire un’apprensione profonda. Come ogni anno, dopo la fase di buio più profondo il sole avrebbe dissipato le tenebre e ripreso a salire nel cielo. Ma se invece fosse sprofondato nel buio?

Si comprende allora l’origine e la ragione di molti riti solstiziali, riti di rinforzo, riti di luce, per mezzo dei quali, con grandi falò e luminarie di fuoco, si aiutava l’astro a rinascere, l’anno a ricominciare e la vegetazione a rigenerarsi.  Così, nei giorni del solstizio, quando il sole “si spegneva” per poi “riaccendersi” si disputavano a ogni ciclo le sorti del mondo.

Molte religioni, specialmente quelle soteriologiche, hanno sfruttato il potenziale simbolico della rigenerazione solare, collocando in questi giorni la nascita di esseri divini di natura solare portatori di rigenerazione e di salvezza (il dio egizio Horus, il babilonese Shamas, ma anche il dio Inca Wiracocha, e Sol invictus, il sole che risorge, Mitra, e Cristo, non a caso chiamato anche “luce del mondo”).

Il solstizio invernale è la festa della luce e del buio che, insieme, muoiono, tornano e ricreano il mondo. Festeggiando la ricorrenza, gli uomini ne assorbivano gli influssi e i simboli, se ne nutrivano come di un farmaco potente, e in questo modo erano pienamente partecipi dell’atmosfera di rinascita che percorreva  il mondo.

Nei giorni del solstizio ( da “sol” e “sistere”, arrestarsi)  il sole cessa di “allontanarsi” e “abbassarsi” nel cielo e sembra fermarsi, prima di riprendere la sua risalita.

Si apre allora un momento senza tempo, lo spazio della festa, dominato dalla compresenza del binomio luce-ombra, morte-rinascita (e anche conscio-inconscio): il periodo solstiziale, tempo insieme gioioso e sinistro, di stasi del ciclo e di sospensione delle regole e dei confini, era un momento delicato e non privo di pericolo.

Era una “porta”, da cui passava l’anno, e non solo. In quei giorni di commistione, la barriera tra mondo umano e divino si assottigliava, e gli uomini si percepivano esposti più direttamente all’influsso delle potenze sovrannaturali, forze potenti e pericolose, provenienti da un reame diverso da quello della coscienza.

Nel senza-tempo, in cui il vecchio ciclo non era ancora terminato, e il nuovo non ancora iniziato si riattualizzava una “confusione primordiale”, che dava agli spiriti delle ombre accesso al mondo supero. E questa commistione, questo influsso era insieme temuto e necessario.

Nel buio solstiziale, insieme alle tenebre, prendevano allora il sopravvento figure oscure appartenenti al regno “infero”, a una dimensione sotterranea e ancestrale, inconscia.

Una torma di figure oscure irrompeva nel mondo e il loro arrivo, prescritto e al contempo protetto dai riti e dalle loro rigide strutture, era accompagnato da molti gesti tradizionali, per tenere a bada il “disordine” e aiutare il compimento del tempo.

La Tessaglia (in greco antico: Θεσσαλία, Thessalía) è una regione storica dell'antica Grecia
La Tessaglia (in greco antico: Θεσσαλία, Thessalía) è una regione storica dell’antica Grecia

– L’archetipo vita/morte/vita

“Per vederci chiaro ci è necessario il rigore della morte. La vita vuole vivere e morire, iniziare e finire. Non sei obbligato a vivere in eterno, ma puoi anche morire, perché in te c’è la volontà per tutti e due. Vita e morte devono bilanciarsi nella tua esistenza.” (C.G. Jung)

Nelle società agrarie dell’Europa boreale il solstizio invernale non può passare inosservato: il sole splende così debolmente che sembra le ombre e il gelo siano lì, lì per ingoiarlo, per poi risorgere dalle tenebre. Si comprende perché molte popolazioni di quest’area, primi tra tutti i popoli germanici e i Romani, facessero finire e ricominciare l’anno proprio da qui[1].

Le feste d’inverno hanno una funzione rigenerativa: rigenerano il tempo, chiudendo e soprattutto aprendo un ciclo, e tutti i rituali invitano a vivere questo periodo non come una frattura, ma come un armonico passaggio ( 📙 Franco Cardini, I giorni del sacro). Si respirava, nei giorni di celebrazione solstiziale, una duplice atmosfera di morte, chiusura e tenebra, e insieme di speranza, luce e rinascita che sembrava dire:

“La morte è come l’inverno, e l’inverno non è mai definitivo. Come si rigenera la Natura, così fa anche la vita”.

Nei giorni in cui il sole è fermo, nel buio, rivive quello stato di unità indifferenziata che, nel mito, è proprio del tempo ancestrale, del caos originario, “tutto si reintegra nella materia primordiale e riposa aspettando una nuova primavera” (📙 M.Eliade, Trattato di storia delle religioni).

L’avvento delle tenebre è anche un tempus terribile, porta in sé l’apertura al buio, all’alterità “infera”. Una turba di figure inquietanti si aggira compatta nelle lunghe notti dicembrine, figure che appartengono a un tutto indistinto di natura ctonia e oscura.

Demoni e spiriti facevano sentire la loro presenza; si immaginava che vagassero in massa, spaventosi e inquieti sulle montagne, seguiti da mute di lupi, di cani, di animali selvatici, giungendo fin nei paesi, fuori delle case, al limitare delle attività umane.

In molti luoghi, si diceva che demoni e spiriti assumessero forme di animali. E anche la massa generica dei morti tornava e appariva di frequente nei giorni bui, quando l’intero mondo infero risaliva in superficie.

Nel momento di stasi solare e di “coalescenza universale” (Eliade), gli spiriti dell’oscurità irrompono in massa e la coscienza, “l’identità”, smette di essere padrona per lasciare il campo a forze altre e diverse, nell’irrompere delle potenze oscure e nella sospensione delle norme consuete, dove trovano spazio anche, entro la regolamentazione rituale, le feste di sovvertimento e di orgia.

in Sardegna

– La struttura dei riti

I culti di questo periodo dell’anno, che in alcune aree sono ancora visibili, se non attivi, affondano le loro origini in un tempo molto arcaico, forse in una preistoria comune indoeuropea, il cui sostrato si riconosce ancora nei lacerti del folklore europeo, che conserva talvolta elementi antichissimi.

I riti solstiziali hanno un’ossatura comune, all’interno una morfologia molto variabile. L’oscurità si intesse di significati simbolici e viene integrata attraverso il rituale.

Il rito obbliga gli uomini a fare esperienza del “buio” e, al contempo, li guida limitando e ponendo degli argini precisi al corso di questa esperienza. Nelle società tradizionali i festeggiamenti non sono una scelta o un’interpretazione individuale.

Ecco le diverse fasi di questi riti (che non si trovano mai tutte insieme):

  1. Purificazioni, confessioni, allontanamento del male.
  2. Fuochi per aiutare la rinascita e difendersi dall’irruzione delle ombre.
  3. Processioni in maschera di animale, questue e offerte a esseri invisibili (morti), ricevuti ritualmente e poi congedati a fine festa.
  4. Combattimenti giocosi, rumorosi, spaventosi, aggressivi.
  5. Saturnali, elementi carnevaleschi, rovesciamento e orgia. Esperienza di una condizione di indeterminatezza primordiale.

Si trovano in questo periodo molti riti del fuoco e della luce: sono riti di sostegno, per aiutare il sole a rinascere. Nei riti del solstizio invernale, come ho detto, la prevaricazione dell’ombra sulla luce ispirava la messa in atto di rituali difensivi. A volte questi riti erano anche apotropaici, cioè avevano la funzione di difendere dalle presenze infere, neutralizzando i pericoli che derivavano dallo stato di confusione primordiale.

dalla Romania

 

– L’esempio dei Saturnalia

Si può usare questa chiave di lettura per interpretare anche i Saturnalia romani, che si svolgevano proprio in periodo solstiziale, nella seconda metà di dicembre.

Erano giorni feriati, di riposo[2], oltre che di festa vera e propria (anomalia nei calendari antichi, dove le feste sono di solito di tipo religioso), che ritualizzavano dunque un’inazione, un vuoto d’opera dopo la semina dei campi, il momento di sospensione in cui il contadino riposa e invoca gli dei perché i semi ritornino a germogliare. Non a caso Saturno deriva dalla parola latina “satus”, che significa semina.

Saturno sostituisce Giove nel delicato momento solstiziale. Come Giano, la divinità ancipite delle porte che, ai primi di gennaio, “farà entrare” l’anno, il dio dei semi non è estraneo alla dialettica nascere-morire (📙 Sabbatucci, La religione di Roma antica: dal calendario festivo all’ordine cosmico). 

Sovrano della parte morente dell’anno, Saturno è un dio inquietante, dalle valenze ctonie.

Eliade (Ivi) ci dice che il Saturno romano è simbolicamente legato a Helios, il sole, divinità naturale che nelle società mediterranee arcaiche rivela sempre tendenze infernali. Ierofania celeste per eccellenza, nel mito Helios è padre di Circe e nonno di Medea, maghe potenti e inquietanti; egli è fonte delle loro energie “oscure” e portatore di una densa relazione con il mondo delle tenebre e della polarità luce-oscurità, solare-ctonio.

Ogni notte infatti, nell’esperienza dell’uomo antico, il sole si immerge nel regno del buio, nelle profondità della terra, nel mondo dei morti. Non a caso in Grecia l’ingresso all’Ade si chiamava anche “Porte del Sole”.

Romania, Maramures

– Riti di trasgressione e capovolgimento

Il dio che presiedeva le feste solstiziali romane e regnava sull’indistinto solstiziale, dunque, racchiudeva in sé anche riferimenti al sole e all’ombra, alla morte e ai semi. Era proprio il signore delle messi a presiedere ai riti di trasgressione e sovvertimento tipici della festa, allo stato di indeterminatezza primordiale, necessari perché si potesse chiudere un ciclo e riaprirne un altro (Eliade, ivi; Sabbatucci, ivi).

La trasgressione ritualizzata dall’ordine vigente e dall’identità consueta[3] ribadisce lo stato di sospensione dell’ordine, o di assenza di ordine e di rottura della norma che nel mito contraddistingue il momento originario: rende possibile l’avanzare del tempo e il ricominciare dell’anno.

La restaurazione delle norme, che immancabilmente farà seguito alla sospensione rituale, si accompagnerà alla rinascita della luce, dell’identità (Sabbatucci, La festa).

La festa diventava dunque anche un modo per bilanciare identità troppo unilaterali, facendo esperienza dei lati e degli aspetti normalmente rimossi e portandoli alla luce.

L’esperienza dell’ombra, che doveva avvenire, ma al riparo delle “sponde protettive” del rito, portava allora con sé un che di rigenerante, creativo e vitale, per la società, così come per l’individuo che ne era protagonista (Sabbatucci, ivi). 

 

– Annullamento dei confini e delle barriere

Nel periodo di stasi solare, le frontiere sono annientate e sostituite dalla confusione di tutte le modalità, mentre figure d’ombra lambiscono la dimensione umana. La Porta del solstizio fa cominciare e finire l’anno, e consente il contatto tra dimensioni diverse dell’esistenza.

Si riattualizzano simbolicamente le condizioni originarie di caos creativo, ambivalenti e multiformi, capaci di contenere gli opposti, e “fertilizzate” proprio da questa ambivalenza.

In questo intervallo paradossale tra fine e inizio avviene un contatto fecondo tra vivi ed entità altre (spiriti ancestrali, morti, animali totemici, spiriti della natura), tra “forme realizzate” e il “preformale, larvale”, come dice Eliade, o come, potremmo dire, tra forme coscienti e forme inconsce.

Nelle lunghe e alte notti invernali, i simboli discendono, si fanno contemplare, si traducono in immagini e in gesti e diventano in parte più accessibili, più prossimi.

 

– I cortei degli spiriti e i questuanti

Per alcuni giorni, le ombre conquistano le vie dei paesi e infrangono l’ordine costituito. Il mondo selvatico e oscuro, il mondo del profondo con le sue immagini e le sue figure non addomesticate irrompono negli schemi della civiltà consueta, sconvolgendo le regole sociali e gli assetti identitari.

Quest’irruzione delle ombre e la loro commistione con il mondo supero è letteralmente messa in scena dal rito. I cortei mascherati sono uno dei modi più evidenti.

Si tratta di masquerade solstiziali popolate di personaggi chiassosi e sinistri, che si concentravano nei giorni fra Natale e Capodanno ed erano parte ineliminabile di tante situazioni etnografiche, in un’area molto vasta dell’Europa. Spesso ancora vive, anche in zone geograficamente non attigue, queste mascherate hanno tra loro somiglianze molto visibili, che rimandano con evidenza a un antico sostrato comune all’area europea, di origine precristiana e probabilmente di molto precedente al cristianesimo.

Torme di questuanti o di giovani chiassosi, travestiti da bestie selvatiche, o da animali domestici inselvatichiti e resi spaventosi da cupi campanacci, da pelli di animali bianche e nere, da stracci, roditori impagliati e bastoni, giravano (e girano ancora) per i paesi vociando e strepitando, inquietanti, molesti e aggressivi.

Esempi di questo tipo si trovano ancora in Italia, per esempio in Sardegna (Mamuthones e Istocadores), in Tirolo e Trentino (Krampus) e nel Sud del nostro Paese; la tradizione è ancora vivissima in Romania (Uratori, Mascati de anul nou, Dansul mortii «che si chiama anche “la danza del somigliare a…”»), in Bulgaria, in Grecia (Babaliuria in Tessaglia) in Macedonia (Momogheroi e Ragoutsaria «dal verbo “rogo”- “rogatores”»).

Sono tutti d’aspetto terrificante, coi volti dipinti e i corpi camuffati grottescamente da vistose pelli di pecora, con campanacci appesi agli arti. Brandiscono bastoni e fanno rumore in ogni modo possibile, perché il rumore allontana gli spiriti e, al contempo, è attributo degli spiriti stessi e degli esseri spaventosi che viaggiano in torma (l’estremo rumore annulla il rumore, ed è come il silenzio). Questi cortei, infatti, sono a un tempo gli spiriti, gli esseri dell’oscurità, e gli esseri  “luminosi” che a costoro si opponevano. Spesso sono inscenate lotte e battaglie.

Romania

I travestimenti rappresentano sempre esseri teriomorfi o zooantropomorfi. La forma animalesca è ricorrente. Tra animale e mondo “infero” esiste infatti un legame stretto, di natura intuitiva o, volendo essere più precisi, di origine animistica e sciamanica. Non importa vederci chiaro sull’esatta corrispondenza di questi simboli viventi, che potrebbero rappresentare spiriti che assumono forme animali, o potenze naturali, o le due cose insieme[4].

La masnada degli spiriti-uomini scende dunque compatta a lambire le case del paese, bussa alle porte, fa chiasso nelle strade, tra strepiti, sonagli e motteggi vivaci. Nel buio, nel fluire degli spiriti, la torma infernale prende momentaneamente il sopravvento sul mondo supero, luminoso, “identificato”. Le identificazioni consuete lasciano la presa, fanno posto all’entrata del buio. Anche questo serve per rigenerare l’anno, la società, e infine anche l’individuo.

Coi riti del solstizio, in particolare attraverso i corteggi degli “spiriti” che abbiamo analizzato, gli uomini facevano ritualmente l’esperienza dell’oscurità, dello Spirito del Profondo, come dice Jung, e partecipavano a una commistione con l’invisibile, paurosa, ma inevitabile e necessaria.

Macedonia

 

– Spiriti, semi e rinascita

Demoni e potenze oscure, esseri teriomorfi e spiriti della natura  ma anche spettri, tutti erano parte dei cortei e vivevano negli uomini attraverso la rappresentazione e il simbolismo dei giorni solstiziali.

Fra tutte le “ombre”, forse gli spettri, gli spiriti dei morti, meritano speciale attenzione.  In alcuni luoghi le maschere rappresentano dichiaratamente i morti, che danzano ritualmente. Altrove, la loro presenza si scorge attraverso simboli meno palesi. In molti luoghi si lasciano offerte sulla tavola, o si lascia la tavola apparecchiata, nelle notti tra Natale e Capodanno, per placare gli spiriti degli antenati e propiziarseli[5], tradizioni in parte vive ancor oggi nel nostro Paese.

La presenza dei morti si nota anche nelle questue e nei piccoli cortei che passavano di casa in casa, cantando e “chiedendo” (cfr. Ragoutsaria, da “rogator”), presenze benauguranti e insieme cariche di inquietudine.

Questi cortei questuanti, che spesso procedevano cantando, mascheravano  le loro richieste dispensando auguri (Uratori)[6], e dovevano essere ripagati e “tenuti buoni” con offerte di cibo (Ginzburg): sono le schiere dei morti, gli spiriti che chiedono, gli eternamente assetati.

Anche se non mancano i riti rivolti ai morti della famiglia, protettori della casa (cfr. i Lares romani), le celebrazioni solstiziali sollecitano i morti latu sensu, la collettività generica degli spiriti, le “schiere” infinite dei morti di tutti i tempi il deposito della storia umana, e gli Spiriti del Tempo passato.

I morti compaiono nel solstizio d’inverno, perché questo è il tempo della gestazione dei semi e della vegetazione, qui si disputano le sorti della rinascita. E i morti sono i custodi dei semi, e, come i semi e come la natura intera, anche loro giacciono sotterra nel lungo inverno, sperando in una rinascita futura, analoga a quella che la natura rivivrà in primavera.

I sotterranei dell’anima sono anche il luogo dove si raccolgono immagini oscure, demoni e spiriti; sono il luogo dei morti, sono il sottosuolo, e così anche il limo e la ricchezza della terra.

Nelle feste invernali di fine anno, i culti funebri e quelli della fertilità si fondono perché i morti, che proteggono i raccolti, vegliano sulla rinascita vegetativa (Eliade, ivi).

I morti, infatti, appartengono alla terra, così come i semi. Come detto, sono i custodi delle sementi, dei raccolti che verranno e della fertilità del suolo (Eliade ivi). I morti sono sotterrati, come i semi, e come questi partecipano sia della dimensione ctonia che di quella vegetativa[7].

Plutone è dio dei morti e dei raccolti e il suo nome, in greco, ha la stessa radice della parola ricchezza che, nel mondo arcaico deriva primariamente dai prodotti delle coltivazioni (📙 Burkert, La religione greca).

I vivi hanno bisogno dei morti per proteggere i raccolti, per far crescere e germinare i semi (Ippocrate).

Nei riti solstiziali, “I vivi si riuniscono per stimolare l’energia del sole che declina. Le loro apprensioni e le loro speranze si concentrano sulla vegetazione, sul destino del prossimo raccolto” (Eliade, ivi), e in questo modo non possono che evocare anche l’immagine dei morti.

Le anime dei morti “accorrono”, infatti, attratte da quel che comincia, da quel che si crea, dall’esplosione vitale che irrompe dalla festa, assetate dall’esuberanza organica e traboccante e vi attingono[8] (Eliade, ivi). Le feste di fertilità sono sempre anche feste dei morti. Ecco come il destino agrario e quello funebre si fondono insieme, nella sospensione solstiziale.

Bulgaria

 

– Lo Spirito del Tempo ha “spento” il solstizio

I riti del solstizio, dunque, accolgono e ascoltano gli “spiriti”, le potenze che vengono da quell’altrove oscuro temuto e però necessario per l’equilibrio e la rigenerazione cosmica. Questo “regno dei morti” non è solo il luogo degli spettri e degli antenati, è il serbatoio oscuro e generativo, come la terra, “dove si accumula tutta la storia della psiche umana, la storia dell’anima”, “Il fardello che l’anima dell’essere umano porta con sé”. Qui albergano le figure ancestrali della storia umana, i ‘morti’, che, secondo Jung, “lamentano di restare inascoltati” (Il lamento dei morti, Hillmann e Shamdasani).

Nelle scorse pagine, ho analizzato antichi riti, sopravvissuti in alcuni luoghi, molto spesso soltanto come residui curiosi di folklore. Il loro significato profondo però, nella maggior parte dei casi[9], non viene più esperito.

Il “primitivo” o per meglio dire, l’uomo delle società tradizionali, vive costantemente in due mondi: la realtà fisica e, al contempo, il mondo degli spiriti. Egli è sempre accompagnato da uno sciame di spiriti, e deve vivere anche secondo il loro tempo. Le due realtà per lui sono mescolate e il contatto è possibile sempre, anzi si può dire che ognuna delle due dimensioni dia senso all’altra. 

Il mondo degli spiriti è fatto sia da anime-spettri, le ombre degli antenati (tipo revenantes, che secondo Jung corrispondono a complessi autonomi dell’inconscio personale) e da spiriti mai incarnati (potenze più astratte e ancestrali, archetipiche, che corrisponderebbero a complessi dell’inconscio collettivo – vedi Jung VIII, Fondamenti psicologici della credenza negli spiriti, p. 334). [10]

Noi “abbiamo ucciso i morti, e adesso ci aggiriamo in una vita che è poco più che un pregiudizio, lontani dalla pienezza dell’esistenza
(Hillman – Shamdasani).

dipinto di Gustave Doré

Il “regno degli spiriti” è forse, allora, la “parte profonda e mancante della nostra cultura”.

“Jung – dicono ancora Hillman e Shamdasani – si rende conto che l’esito della nostra vita dipende dalle loro domande, rimaste senza risposta, dalla posizione che scegliamo di assumere nei confronti dei “morti”. Essi sono sempre ambigui, pericolosi, bramosi di prendere il sopravvento e tendenti alla possessione.

“Ma è solo riconoscendo le loro pretese che possiamo separarci da loro”. La perdita di contatto con il mondo “oscuro”, con i morti come collettività archetipica, la perdita dei morti, diventa allora, per Jung, un sintomo collettivo. Non a caso, ricordano i due autori, Jaspers lo aveva accusato di essere un demonologo, che favoriva “Il ritorno di tutti i demoni che Cristo era riuscito a scacciare”.

La cultura contemporanea, invece, ha espunto da sé l’idea della morte. Noi abbiamo smesso di venerare gli antenati, non abbiamo un vero culto dei morti[11]. Persino il nominarli ci spaventa, perché è un’espressione che appartiene all'”altro mondo”.

 📝  ARTICOLO:
“Incontri con la morte”. Come viviamo il rapporto con la morte psicologica e biologica

“Abbiamo dimenticato che viviamo in un mondo in cui i morti, [gli spiriti, i morti come archetipo] brulicano, sono intorno a noi, sono con noi. E man mano che invecchiamo i nostri confini si dissolvono, e ci rendiamo conto di essere in mezzo a lor… L’aldilà è intorno a noi… Un tempo tutti lo riconoscevano: i Romani, i Greci, i santi nel deserto. A loro ogni cosa parlava. Noi invece non abbiamo nessuno con cui parlare, siamo soli e disperati, lo è l’individuo comune. Tanto che quando arriva una voce a dire qualcosa, pensiamo di aver perso la ragione. A tal punto il nostro deserto è arido. Il Libro [Rosso] dice di che cosa ha più bisogno la collettività, di che cosa ha più bisogno il mondo in cui viviamo: di ricordarsi la propria piccolezza umana in un mondo pieno di figure

(Hillman e Shamdasani – “Il lamento dei morti”, Bollati Boringhieri, p.81)

Lo Spirito del Tempo Contemporaneo ha perduto la capacità di riconoscere  la presenza degli spiriti e di vederli, ha smarrito quella dimensione del magico-sacro gradita all’anima, che parlava il suo linguaggio e ne appagava una dimensione essenziale. Lo Spirito del tempo ha “spento” il solstizio con fasci di luce elettrica.

Anima e morte. Sul rinascere (Jung)
Anima e morte. Sul rinascere (Jung)

– Un mondo pieno di figure

Per Jung la porta verso il mondo degli spiriti, verso lo Spirito del Profondo, è la fantasia.

Al termine di queste riflessioni mi chiedo se, dopotutto, il rito, che parla un linguaggio simbolico, che sa arrivare all’anima, non potesse avere la stessa funzione e, ricreato, non possa averla tuttora.

Il rituale si svolgeva sempre nell’adesso, nell’ “istante zero” che riattualizzava il tempo senza tempo del sacro, l’eternamente rigenerante. Esso poteva essere raggiunto in qualsiasi momento e da chiunque, solo ripetendo il gesto archetipale, mitico (Eliade, ivi).

Ovunque nei riti antichi, i contenuti dell’inconscio collettivo venivano attivati, esercitando un’influenza potente sulla coscienza sia individuale che collettiva, come una sorgente nuova e rianimante di energia (Jung, ivi). Così accadeva anche durante i festeggiamenti solstiziali della luce e del buio, che noi, così come tanti altri riti, tanti altri momenti vivificanti, oggi abbiamo perso.

Lo spazio concesso ritualmente alle forze oscure, alle “figure” che popolano il mondo, le stesse, forse, di cui parlano Hillman e Shamdasani, l’esperienza dell’ambivalenza, della coesistenza di luce e buio, potevano essere dunque strumenti di equilibrio (o meglio di completezza) psichica, oltre che sociale e culturale. All’anima arrivano il gesto, il rito e il simbolo: quel che accade fuori accade anche dentro.

Scriveva Jung:

«Quanto più si è sviluppata la conoscenza scientifica, tanto più il mondo si è disumanizzato. L’uomo si sente isolato nel cosmo, poiché non è più inserito nella natura e ha perduto la sua “identità inconscia” emotiva con i fenomeni naturali. Questi, a loro volta, hanno perduto a poco a poco le loro implicazioni simboliche […]

I fiumi non sono più dimora degli spiriti. Nessuna voce giunge più all’uomo da pietre, piante o animali, né l’uomo si rivolge a essi sicuro di venire ascoltato. Il suo contatto con la natura è perduto, e con esso è venuta meno quella profonda energia emotiva che questo contatto sprigionava.

Abbiamo spogliato ogni cosa del suo mistero e del suo carattere soprannaturale, non c’è più nulla di sacro.»
(Jung – Introduzione all’inconscio)

FINE.

Giada Bossi Psicologa Junghiana

 👤 Sull’autrice (Giada Bossi)

Sono laureata in psicologia clinica, antropologa e giornalista. Collaboro con diverse realtà editoriali, integrando discipline e prospettive differenti, tra ricerca, divulgazione e attività clinica. Ho una formazione in etnopsicoterapia transculturale presso la Scuola di Terapia Analitica (Lista) di Milano e un master in psicologia e psicopatologia perinatale. Attualmente studio presso la scuola di Psicoterapia Integrata (SPI) di Bergamo.

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Note al testo:

[1] Il solstizio invernale è vissuto in maniera più intensa presso i popoli del nord che in quelli del Mediterraneo, perché è più visibile il mutamento delle ore di luce, e l’angoscia per la “scomparsa” del sole più pressante. A questo proposito, è indicativo il fatto che gli Ateniesi facessero cominciare l’anno non col solstizio invernale ma con quello solstizio estivo (Burkert 2005).

[2] I Saturnalia erano dies feriati, cioè giorni di sospensione delle attività consuete, e in particolare delle contese giudiziarie. Cessava la legge e la trasgressione diveniva lecita. Il vuoto d’azione e l’inertia venivano ritualizzate, poiché sentite come caratteristiche e necessarie del rapporto tra dicembre e gennaio, l’ultimo e il primo mese dell’anno agricolo (Sabbatucci, ivi). Tutti in quei giorni diventavano come liberti, e agli schiavi era permessa ogni liceità. Si aveva accesso a una sorta di stato precivile e pregiuridico.

[4] Spesso , soprattutto tra i popoli germanici e le tribu nordeuropee, ci dice Eliade, la potenza della vegetazione si manifesta ineluttabilmente in forma animale, e non si può dire se  gli animali rappresentati siano considerati spiriti che assumono sembianze zoomorfe, oppure potenze naturali rappresentate in modo teriomorfico: i due motivi si sovrappongono e oscillano continuamente l’uno nell’altro.

[5] Perché i morti, anche quelli più familiari, sono sempre ambigui e pericolosi. E devono essere trattati con prudenza e ambiguità a loro volta. Desiderati e temuti. Oggetto al contempo di riti di accoglienza (offerte) e di difesa (fumigazioni, messe…).

[6] In questo periodo dell’anno è usanza comune lasciare sulle tavole offerte per le presenza invisibili che arrivano, esseri soprannaturali, ma anche antenati, per nutrirli e, al contempo placarli.

[7] Melagrana: frutto infernale dai molti semi, legato agli inferi e alla fertilità.

[8] Il tempo dei morti si estende dall’autunno alla primavera, ma vi sono momenti di “varco” in cui è più intenso perché essi possono irrompere per un periodo limitato e circoscritto, nella dimensione terrena.

[9] Vi sono remote aree della Romania, valli sperdute al confine dell’Ucraina, dove queste usanze sono state mantenute anche nel loro senso originario. Da sempre in lotta con la chiesa ufficiale che, accorgendosi della loro natura “pagana” voleva normalizzarle, ora lottano per sopravvivere alla modernità e al suo impulso musealizzante, che svuota il senso di questi antichi riti (cfr. Blake, Lungo la via incantata et aa.).

[10] Questo sciame oscuro è collocato al contempo fuori del tempo e nel tempo: gli archetipi non sono immutabili ma, essi stessi sono collocati nella storia dell’umanità, sono Spiriti del tempo, del tempo passato (Jung VIII).

[11] I Romani tenevano in casa i simulacri dei loro defunti, che diventavano numi tutelari della famiglia. Presso molte culture antiche o tradizionali, in ogni parte del mondo, si usava seppellire i morti sotto il pavimento della casa. In altri paesi, i morti vengono disseppelliti e partecipano concretamente, con il corpo, ai rituali.


Bibliografia

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  • Nathan T., Medici e stregoni, Bollati Boringhieri, Torino 1996.
  • Sabbatucci D., La religione di Roma antica: dal calendario festivo all’ordine cosmico, Il Saggiatore, Milano 1988.
  • Servier J., L’uomo e l’invisibile, Borla, Torino 1967.
  • Servier J., Les Portes de l’Année, Robert Laffont, Paris 1962.

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