Si può scegliere (Christophe Dejours)

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Psicologia del lavoro Jung

Si può scegliere. Soffrire a lavoro non è una fatalità (Christophe Dejours)
➡️ Si può scegliere. Soffrire a lavoro non è una fatalità (Christophe Dejours)

Si può scegliere. Soffrire a lavoro non è una fatalità (di Christophe Dejours, 2021)

Di cosa parla il libro [più giù alcuni estratti]:

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Orizzontalità, autonomia, flessibilità, self-management: nel corso degli ultimi decenni un pugno di concetti ha orientato una mutazione genetica del mondo del lavoro.

Cambiamenti imposti dall’alto tramite nuove forme di gestione sono andati di concerto (nella maggior parte dei paesi europei) a nuove legislazioni tese a smantellare garanzie e diritti novecenteschi.

Ciò ha contribuito a una precarizzazione della vita lavorativa che, parallelamente, veniva promossa con insistenza presso i lavoratori “nel loro stesso interesse” da una retorica diffusa in modo capillare (dai Master in business administration più costosi ai manuali di self-help e ai barbecue aziendali).

Scisso tra desideri di libertà e un disciplinamento (di ritmi e corpi) reso sempre più serrato dalle nuove tecnologie, il rapporto delle soggettività contemporanee con il lavoro attraversa un cambiamento epocale.

Da circa trent’anni Christophe Dejours indaga le conseguenze nefaste per la salute mentale delle organizzazioni manageriali del lavoro, diventate prassi generale dagli anni ’80 in poi. Purtroppo la storia gli ha dato ragione: nelle imprese e in diverse aree i suicidi si moltiplicano.

Nella prima parte del libro, sono analizzate perciò le condizioni di lavoro in un servizio di rianimazione di un ospedale pubblico e in una impresa di telefonia. Si scopre che le derive del lavoro non cessano di aggravarsi, nel settore pubblico come in quello privato. Se l’esplosione di sofferenza nel lavoro oggi è riconosciuta, non lo è altrettanto la responsabilità di cercare nuove ipotesi di organizzazione e di predisporre una osservazione per verificare se funzionano umanamente.

Questo è l’oggetto della seconda parte del libro: Dejours rende conto di un’esperienza fatta lungo sette anni con un economista allo scopo di trovare una re-organizzazione del lavoro che possa garantire la tutela della salute mentale insieme alla tutela della riuscita commerciale dell’impresa. L’autore fornisce a chi governa tutte le chiavi per cambiare finalmente la forma del lavoro e, di conseguenza, anche della società.

Il libro è edito da Moretti&Vitali, 2021

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Si può scegliere. Soffrire a lavoro non è una fatalità (Christophe Dejours)
Si può scegliere. Soffrire a lavoro non è una fatalità (Christophe Dejours)

📝 Estratti dal libro:

  • [Qui Dejours si sposta sul versante clinico aziendale, parlando appunto degli ospedali]

Di fronte all’ossessione legale, i curanti sanno che l’amministrazione, in generale, si rivolta contro di loro. Per “tenersi coperti”, il modo migliore è ancora di seguire scrupolosamente i protocolli chiamati “buone pratiche”, stabiliti da convegni di consenso e debitamente marchiate dall’amministrazione.

Quando un curante si prende il rischio di discostarsi dai protocolli, si prende anche il rischio che il suo sforzo fallisca. Immancabilmente, la sua iniziativa sarà giudicata temeraria, ovvero erronea e colpevole. L’insuccesso però non è sinonimo di errore né di colpa! Ma sovente si fa confusione. […]

Allora comincia uno strano valzer: ognuno si preoccupa dapprima di premunirsi contro il rischio di vedere coinvolta la sua responsabilità. Ben prima che sia dichiarato l’errore e spesso anche quando l’accaduto non verrà mai qualificato come tale, invece di formarsi la solidarietà si sviluppa una logica dell’accusa nella quale ognuno di sforza di discolparsi prima ancora che sia indicato un colpevole.

Perché giovane e con poca esperienza, perché ha già avuto difficoltà con una “guardia” precedente, perché è in una posizione gerarchica inferiore, perché non sa difendersi, uno dei potenziali colpevoli è scelto, designato, stigmatizzato dai colleghi, ed è generalmente in posizione di debolezza all’interno dell’équipe. Si costruisce, allora una pseudo coesione di gruppo contro il nemico comune ormai abbandonato da tutti e oggetto del tradimento, della malafede, dell’ambiguità dei colleghi. Nulla può più impedire che divenga capro espiatorio.

È un’esperienza psichica terribile essere prigioniero di una tale logica che si forma alla velocità straordinaria del pettegolezzo. Che arrivi fino all’istruttoria di una denuncia o che si spenga in qualche giorno, lascia tracce indelebili, non solamente nel potenziale “colpevole”, ma anche in quelli che si sono comportati in maniera iniqua con lui.

Ogni incidente di questo tipo accresce la frattura tra i curanti, mina le condizione della cooperazione, instaura in tutti la malafede e la paura di un nuovo incidente e della piega che prenderà.

Il “ciascuno per sé” corrode le personalità, compromette il senso del lavoro e demoralizza le équipe, lasciando nella sua scia il cinismo dell’amarezza e della rassegnazione.

Peggio l’esperienza della solitudine, dell’impotenza e della paura di fronte all’iniquità distrugge il senso comune della giustizia. Per questo è giusto parlare non più solamente di solitudine e di isolamento, ma decisamente di desolazione, nel senso dato da Hannah Arendt a questo termine.

[…]

L’essere umano è doppio. In nome del lavoro, della produttività e della redditività, può essere trascinato a offrire il suo consenso a azioni che disprezza moralmente. Non entra sempre in crisi, malgrado le contraddizioni flagranti che risultano della sua implicazione in atti, in attività o azioni professionali che sembrano incompatibili con i suoi impegni intellettuali e morali nella sfera privata.

Come può una persona arrivare a mantenere questa frattura e non lasciarsi sommergere dall’angoscia? La formula più comune è quella della akrasia, la debolezza della volontà che conduce a agire nel senso contrario a ciò che è indicato dal giudizio della ragione.

Letteralmente Akrasia significa: agire secondo il criterio di ciò che è corretto, ma viene impiegata per indicare la debolezza della volontà, o l’incapacità di agire secondo principi ragionevoli.

Ma l’akrasia ha di particolare che permette di agire all’inverso di ciò che credo giusto o buono, non solamente nell’occasione di un gesto o di una decisione puntuali, sotto i colpi di una passione che mi cattura, ma anche per tutta la mia vita professionale, ogni giorno, costantemente. Non è motivata dalla passione ma dalla comodità, perché è più facile e vantaggiosa che non entrare in resistenza.

Grazie a questa frattura, so ciò che è giusto e buono, lo difendo fortemente rispetto questo giudizio nella maggior parte delle azioni della mia vita quotidiana. Ma, allo stesso tempo, nella mia vita professionale faccio l’inverso di ciò che mi suggerisce il mio senso morale.

La debolezza della volontà, all’occorrenza, comincia al di qua del gesto: riguarda il pensiero stesso. Ciò che abbandono allo stato d’impensato è precisamente la contraddizione tra ciò che dico e ciò che faccio in modo coerente, da un lato, e ciò che faccio al contrario di ciò che dico, dall’altro. Se affrontassi questa contraddizione, sarei acciuffato e ben presto lacerato dall’angoscia. Da un punto di vista psichico e somatico, se non arrivassi a liberarmi di questo conflitto, finirei per ammalarmi. La debolezza della volontà è portata e preceduta da una forma particolare di pigrizia intellettuale: il mio pensiero si intorpidisce quando sfiora il conflitto tra il pensare e l’agire, si rallenta, si assenta, scivola su un’altra cosa, fugge. Ben presto penso a qualcos’altro che mi distrae in qualche modo e mi allontana dal conflitto.

[…]

Una delle poste in gioco consiste nel valutare le incidenze sulla soggettività, oppure all’emergere di nuove forme di soggettività sotto l’effetto delle mutazioni sociali e politiche contemporanee?»

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  • [Parlando delle sfide fatte in un call center/agenzia telefonica tra i lavoratori per incentivarli a produrre di più, Dejours commenta…]

« […] Segnati dalla puerilità dei temi e dei comportamenti messi in scena, questi espedienti producono in certi lavoratori l’effetto contrario. Li confrontano con un infantilismo che giudicano inadeguato alla loro condizione di lavoratori adulti. I premi aggiudicati in modo condiscendente ai “migliori allievi”, il disprezzo esibito di fronte alle loro capacità professionali, il disconoscimento della loro autonomia e della loro professionalità e anche della loro dedizione al servizio dell’impresa, rappresentano offese difficili da incassare. Le sfide sembrano loro farli ritornare a situazioni scolastiche in cui la deferenza e la docilità sono ricompensate in modo irriverente. L’infantilizzazione – che, naturalmente, non è presentata come tale dalla gerarchia – ricopre una funzione centrale per lo sguardo del complesso dispositivo delle sfide. Solamente l’accettazione di queste, se non la promozione, permette a questi giochi competitivi di svolgersi senza intoppi e di garantire così il loro ruolo produttivo.

[…]

La funzione di questi giochi puerili è legata alle difese erette dai lavoratori per combattere la sofferenza etica [1]. Questi giochi sono simili a quelli che si praticano alle elementari o in collegio, e il coinvolgimento dei lavoratori adulti in questo registro regressivo è un mezzo potente per impedire una discussione matura sulle questioni dell’etica professionale. In tutta evidenza, l’immaturità intellettuale sollecitata dalla partecipazione alle sfide comporta una rinuncia al pensiero, messo al servizio delle difese. L’infantilismo incita a sbarazzarsi delle persone ingombranti, allo stesso modo che si tengono fuori i bambini dalla responsabilità delle decisioni che incombono sugli adulti. 

[1] Se si seguono le recenti proposte de Demaegdt (“Apport de la clinique du travail à l’anthropologie psychologique du sens moral”, thèse de doctorat de psychologie du travail, Conservatoire National des Art set Mètiers, Paris 2012), la sofferenza di cui parliamo qui meriterebbe ugualmente la qualificazione di “deontica”. La sofferenza deontica risulterebbe come una messa in impasse dell’attività deontica, cioè del processo di costruzione delle regole che disciplinano l’attività e permettono di giudicare ciò che è bene e ciò che è male, giusto o ingiusto. In questo senso sarebbe piuttosto l’incapacità, o l’impossibilità, di dotarsi di criteri di giudizio collettivi che segnalerebbe l’avvio della sofferenza.

[…]

L’effetto della visualizzazione ne rappresenta una componente essenziale: le azioni puerili e ridicole devono svolgersi il più possibile davanti ai colleghi, ai superiori gerarchici, a volte anche alla famiglia invitata, in certe occasioni, a portare il suo contributo alle manifestazioni di convivialità organizzate dall’impresa.

La strategia della regressione infantile prende il cammino contrario, in rapporto a ciò che è abitualmente osservato al centro delle condotte difensive: non è più una costruzione venuta dal basso per far fronte ai conflitti nel lavoro, ma un metodo prefabbricato pronto all’uso, previsto nella stessa organizzazione del lavoro. Evidentemente, è stata accettata perché offre un sollievo alla sofferenza etica in una configurazione professionale in cui i teleconsulenti fanno fatica a mettere in comune le risorse difensive.

[…]

Il costo psichico di una tale operazione sarebbe troppo elevato. Impegnati fino al ridicolo, ritornare indietro implicherebbe per ciascuno riconoscere il tranello nel quale si è cascati, così come l’iniquità degli atti commessi in nome dell’impresa. Il prezzo di un disimpegno apparirebbe talmente elevato che diventa più agevole (e meno insopportabile) procedere in senso inverso, rinforzando l’impegno. Tutto questo può prendere la forma di un’escalation, di una partecipazione entusiasta e performativa all’insieme delle sfide e ai giochi organizzati dall’impresa. Queste condotte esuberanti dei servitori zelanti raddoppiano la loro razionalizzazione difensiva che mira a soffocare il conflitto psichico. […] 

Come non pensare al totalitarismo gioioso descritto nel 1931 da Aldous Huxley nel suo Il mondo nuovo in cui l’ordine sociale è assicurato senza alcun ricorso alla violenza: l’armonia e la concordia regnano tra gli ordini di individui sottomessi a tecniche di manipolazione mentale e fisica. La distopia di Huxley, scritta prima dell’ascesa al nazismo, fa della costrizione non violenta e del rinforzo attraverso la ricompensa i mezzi migliori per ottenere la pace sociale. […]

Fatte tutte le proporzioni e a prescindere dal profetismo […] la manipolazione non violenta pare in grado più della repressione di produrre la sottomissione. Sicuramente, la forza di questi metodi risiede nel rendere il dominio non solo accettabile, ma piacevole.

FINE.

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